08 mag. – I giovani bussano alle porte del terziario, ma i padri rimangono abbarbicati al loro impiego mentre il rischio crescente e' che vadano in fumo 500mila posti di lavoro nei settori piu' improduttivi. E' l'allarme lanciato dal Censis nel 'Diario della Ristrutturazione del Terziario' realizzato con la cooperazione del sistema delle Banche di Credito Cooperativo, il primo di quattro appuntamenti bimestrali con cui verra' monitorata la ripresa. "Se non si innescheranno meccanismi capaci di generare maggiore produttivita' – spiega il Censis – si rischiano esuberi nei settori piu' improduttivi attualmente stimabili in circa 508.000 posti di lavoro".
L'istituto di ricerca socio-economica punta il dito contro la modesta produttivita', il ricambio generazionale bloccato e la scarsa modernizzazione" del settore. "Assistiamo a un circolo vizioso per cui i padri non abbandonano il lavoro perche' devono mantenere i figli che non lo trovano", scrive il Censis, precisando che a fare le spese dei tagli al lavoro atipico, "sono stati soprattutto i giovani, naturalmente, diminuiti del 5,6% in un anno. Al contrario, gli over 55, piu' protetti, sono aumentati del 3,7%, anche grazie al dimezzamento delle pensioni di anzianita' nel corso del 2009. Ogni anno sono circa 530.000 i giovani che, terminati gli studi, si affacciano al mondo del lavoro sperando in un'occupazione terziaria: e' vero che la ricerca non e' sempre attiva e determinata, ma si tratta di una semplice 'disponibilita' a lavorare, pero' solo meno della meta' di questi giovani, cioe' circa 200.000, dopo un anno trova un'occupazione".
E quelli che ci riescono devono accontentarsi di lavori poco qualificati. Negli ultimi 5 anni gli occupati nelle professioni non qualificate all'interno del terziario sono aumentati complessivamente del 16,4%, mentre le posizioni a elevata specializzazione solo del 3,8% e i dirigenti sono diminuiti dell'1,8%. A ingrossare l'occupazione non qualificata nei servizi sono stati proprio i laureati (+197% tra il 2004 e il 2009 e +20% nell'ultimo anno).
In un periodo di espansione dell'occupazione, il terziario ha prodotto un milione di posti di lavoro tra il 2004 e il 2009, ma per circa 1 su 4 si e' trattato di lavori a bassa qualifica e poco retribuiti. Il terziario, denuncia infine il Censis, "ha cercato di sgonfiarsi nel corso della crisi, ma senza mettere mano alle sacche improduttive, bensi' potando i rami piu' facili da tagliare, cioe' i lavoratori a tempo determinato e i collaboratori occasionali, diminuiti nel 2009 rispettivamente del 6,5% e del 15,7%.
Con il risultato che praticamente l'intera totalita' degli oltre 150.000 posti di lavoro persi nel terziario nell'anno della crisi e' costituita da lavoratori atipici".
CENSIS: RIPRESA INIZIATA MA TERZIARIO "VENTRE MOLLE" ECONOMIA - La ripresa in Italia e' iniziata ma rischia di essere frenata dal terziario "vero buco nero e ventre molle della nostra economia: un settore in cui il lavoro poco qualificato cresce piu' di quello qualificato, con consistenti sacche di bassa produttivita' e in cui il ricambio generazionale e' sempre piu' difficile".
E' questa la fotografia dell'Italia del dopo crisi scattata dal Censis nel 'Diario della Ristrutturazione del Terziario' realizzato con la cooperazione del sistema delle Banche di Credito Cooperativo, il primo di quattro appuntamenti bimestrali con cui verra' monitorata la ripresa."La ripartenza – spiega il Censis – e' gia' in atto (anche se per ora non crea occupazione e nessuno e' ancora in grado di dire quanto sara' consistente e quali dimensioni avra', ne' se sara' duratura) ma riguarda principalmente il settore manifatturiero, che ha ricominciato a produrre e a esportare.
Occorre pero'- sottolinea l'istituto di ricerca socio-economica italiana – che anche l'altra gamba del sistema economico, il settore terziario , che produce oggi il 71% del valore aggiunto e assorbe il 66% degli occupati, si metta in moto. Invece e' ancora una gamba sotto molti aspetti anchilosata, che rischia di rallentare tutta l'economia.
Se non approfittiamo di questo momento di fiducia per modernizzare ampie fasce del terziario, quelle cioe' meno produttive, con minore ricambio generazionale e con logiche organizzative ancora inadeguate – mette in guardia il Censis – i timori oggi latenti di perdita di competitivita' e di declassamento del sistema-Paese potrebbero diventare concreti".
Diversi sono i segnali di rilancio che arrivano dal manifatturiero: nel primo trimestre la produzione e' cresciuta dell'1,7% e in particolare a marzo dello 0,8%; nello stesso mese gli ordini, specialmente quelli esteri, sono aumentati per il quinto mese consecutivo (+3,2% rispetto a febbraio); ad aprile la fiducia degli imprenditori e' salita ancora, per l'ottavo mese consecutivo ( +37% rispetto al picco negativo del 2009).
L'industria, sottolinea ancora il Censis, "ha ormai compiuto un salto di modernizzazione, ha imparato a essere piu' efficiente, ha approfittato della crisi per snellirsi e tendersi, ha ottimizzato il capitale circolante, riducendo gli stock e l'indebitamento, e oggi e' ancora in grado di fare da traino per l'intera economia italiana". L'aspettativa di ripresa "e' alta, si prepara quindi a ripartire agganciandosi il piu' rapidamente possibile alla ripresa globale" e in questo momento l'industria "traina anche il settore dei servizi alle imprese, che e' infatti l'unico comparto del terziario in cui prevale l'ottimismo: da novembre 2009 la maggior parte degli operatori si dice costantemente ottimista".
Ma se il manifatturiero, si legge ancora nel Diario, "cioe' la prima gamba del sistema-Italia, si sta muovendo, la seconda, quella del settore terziario, stenta ancora ad attivarsi. Se si esclude la parte alta della gamba, quella piu' vicina all'industria, e' un terziario appesantito con ampie sacche di inefficienza e di lavoro non qualificato e poco produttivo". Eppure scrive il Censis, "c'e' anche un terziario che e' in grado di modernizzare l'industria, che fa sviluppo, che si ibrida con il manifatturiero, con un effetto di trascinamento vicendevole: se cresce l'impresa, cresce anche il terziario".
Infine viene messo l'accento sulla bassa produttivita', "altro grande limite dell'economia dei servizi", secondo il Censis. I settori "piu' improduttivi" sono quelli legati al settore pubblico e all'assistenza alle persone: un lavoratore nel settore dei servizi legati al mercato produce mediamente un valore aggiunto pari a 70.960 euro, contro i 41.187 euro di un lavoratore occupato nei servizi non di mercato, ovvero il 72% in piu'. Mediamente, in Europa tale differenza e' solo del 55%.
Â















