21 ago. – Nei cda delle aziende quotate, il 94% dei consiglieri e' uomo, solo il 6% donna. Attualmente infatti, nel Belpaese, su 2.800 dipendenti di 281 societa' quotate, solo 174 sono donne, ovvero il 6,2%. I dati ufficiali della Consob relativi al 2009 mostrano che su 4.395 board member dei cda delle societa' italiane quotate in Borsa, le donne sono solo 307, vale a dire il 6,9%, e in maggioranza appartengono alla famiglia proprietaria dell'azienda. Una situazione confermata anche dalla recente ricerca Gea, 'Le donne motore per lo sviluppo e la competitivita', secondo cui piu' del 93% delle posizioni manageriali e' ancora oggi ricoperta dagli uomini. Delle posizioni censite, solo 809 (il 6,9%) sono rivestite da donne in ruoli di vertice (presidente, amministratore delegato, vicepresidente) o di prima linea (direttore di funzione o di divisione). Anche nel confronto con gli altri paesi, poi, l'Italia non brilla per la presenza femminile nelle stanze del potere. Le statistiche europee, come si evince dall'European professional women network, indicano che siamo al 29esimo posto su 33 paesi censiti, seguiti solo da Malta, Cipro, Lussemburgo e Portogallo.

Se poi si considerano i cda delle prime 300 societa' europee la situazione e' ancora peggiore, poiche' dei 375 'seggi' di consigliere delle 23 societa' italiane presenti nella lista delle Big 300 europee solo 8 sono appannaggio di donne, facecedoci scivolare al penultimo posto su 17 paesi, seguiti solo dal Portogallo. Peraltro, come dimostra una ricerca Cerved sulle donne manager, le imprese guidate dalle donne vanno meglio rispetto alle altre, incrementano piu' velocemente i ricavi, generano piu' profitti, sono meno rischiose. Secondo la societa' internazionale di strategie e consulenza aziendale McKinsey, infatti, i risultati economici delle societa' con elevata diversita' di genere sono migliori rispetto alle medie di settore fino al 10% in termini di Roe e addirittura al 48% per Ebit.

 

Attorno al tavolo dei "bottoni", devono sedere piu' donne. Con una proporzione di almeno un terzo rispetto agli uomini: vale a dire, non meno del 30 per cento di membri dei consigli di amministrazione delle societa' quotate in borsa devono appartenere all'altra meta' del cielo. A prevederlo, una proposta bipartisan che parte da due progetti di legge (Lella Golfo del Pdl e Alessia Mosca del Pd) e che a fine giugno e' diventato un testo unificato in commissione Finanze di Montecitorio. Con la prospettiva, alla ripresa dei lavori della Camera, di ottenere la 'legislativa' e dunque di essere licenziato velocemente, senza il passaggio in Aula.

Il testo unificato ha come presupposto la scarsa rappresentativita' delle donne nei consigli di amministrazione delle societa' per azioni quotate nei mercati regolamentati e per questo integra il testo unico dell'intermediazione finanziaria (Tuf) del 1998, al fine di bilanciare la rappresentanza tra generi consigli di amministrazione. In tre articoli, discussi in commissione anche con varie audizioni di esperti del settore, si affida allo statuto delle societa' il compito di assicurare l'equilibrio tra i generi nel riparto degli amministratori da eleggere e tale equilibrio e' raggiunto quando "il genere meno rappresentato all'interno dell'organo amministrativo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti".

Questo si applica per tre mandati consecutivi e, qualora non sia rispettato dalla composizione del consiglio di amministrazione risultante dall'elezione, i componenti eletti decadono dalla carica. Nel caso di sostituzione di uno o piu' amministratori prima della scadenza del termine, i nuovi amministratori sono nominati nel rispetto del medesimo riparto. L'articolo 3 del testo, infine, stabilisce che le nuove disposizioni inserite nel Tuf si applicano anche alle societa' controllate da pubbliche amministrazioni ai sensi dell'articolo 2359, primo e secondo comma, del codice civile, non quotate in mercati regolamentati.