Alle 16,53 del 12 gennaio 2010, a 25 km a sud-ovest della capitale Port-au-Prince partiva una scossa di terremoto che, in 35 secondi, avrebbe steso l'isola di Haiti, paese già in ginocchio di suo: il più povero dell'intero continente americano dove, già prima di quest'ultima mazzata del destino, l'80% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà e il 56% con meno di un dollaro al giorno.
Un anno dopo, con tre miliardi e 600 milioni di dollari di aiuti elargiti e finiti non si sa bene dove, la situazione resta disperata, complice un'epidemia di colera che, da ottobre, ha ucciso altre 3000 persone ed è pure partita da una base dei caschi blu nepalesi. Ne seguirono scontri violenti e le truppe dell'Onu uccisero altre persone che protestavano contro di loro, in un girone infernale dove chi era lì per portare soccorso ha invece seminato nuovi lutti. Che qualcosa nella macchina degli aiuti si sia inceppato è ormai chiaro: il fiume di denaro versato, almeno in parte, ha preso direzioni inutili o sbagliate. L'ex presidente americano Bill Clinton, incaricato di coordinare gli aiuti internazionali, in visita sull'isola per l'anniversario, ha detto che nessuno è più «irritato» di lui per la lentezza con cui procede la ricostruzione del Paese: «solo il 60% di quanto è stato previsto per il primo anno è stato effettivamente speso» ha osservato l'ex presidente al quale, comunque, è stato fatto notare che sull'isola c'è gente più irritata di lui.
«Haiti rappresenta, sfortunatamente, lo scenario per l'ultimo fallimento del sistema degli aiuti umanitari – ha detto Unni Karunakara, presidente di Medici senza frontiere -. Il paese è piccolo e accessibile, e dopo il terremoto di gennaio ha registrato uno dei più imponenti e finanziati interventi di aiuto al mondo. Si stima che circa 12.000 organizzazioni non governative (Ong) siano presenti sul campo. Perché allora – chiede Karunakara -
Haiti: le immagini della tragedia
sono morte migliaia di persone per il colera, una malattia facilmente curabile e gestibile? Negli 11 mesi successivi al terremoto, poco è stato fatto per migliorare le condizioni igieniche a livello nazionale, consentendo al colera di diffondersi in tutto il paese ad un ritmo vertiginoso». Gli abitanti della baraccopoli di Cité Soleil non hanno ancora accesso ad acqua potabile clorata, sebbene le organizzazioni umanitarie inserite nel sistema dei "cluster" per l'acqua e l'igiene delle Nazioni Unite avevano accettato fondi per occuparsi di questo. «Abbiamo iniziato noi stessi la fornitura di acqua clorata – continua Karunakara-. A oggi c'è ancora un solo sito operativo per la gestione dei rifiuti in una città di 3,5 milioni di abitanti. Enormi quantità di aiuti si sono concentrati a Port-au-Prince, mentre scarso sostegno è stato fornito agli operatori sanitari privi di esperienza nelle zone rurali, dove il colera sta divampando. Team di Medici Senza Frontiere hanno trovato centri sanitari privi di soluzioni idrosaline salvavita o cliniche che erano semplicemente chiuse. È in questo contesto particolare che molte organizzazioni non governative hanno lanciato appelli di raccolta fondi, anche se le loro casse post-terremoto erano ancora piene».
Trentacinque secondi di orrore e devastazione su Port-au-Prince, città di 2,3 milioni di abitanti, e un destino, quello di Haiti, cambiato per sempre: il mega-terremoto di magnitudo 7 sulla scala Richter di martedì 12 gennaio 2009 ha ridotto in macerie non solo la capitale ma anche l'intera economia della fragile nazione caraibica, colpendo il 15% della popolazione, circa 2 milioni di persone. Il sisma ha ucciso circa 250 mila haitiani e lasciato senza tetto 1,2 milioni di persone solo nella capitale, che occupa la metà occidentale dell'isola di Hispaniola, dove Cristoforo Colombo attraccò al termine del suo primo viaggio, nel 1492.
Nella capitale il terremoto ha fatto crollare circa il 60% degli uffici governativi, compreso il Palazzo presidenziale, provocando seri danni anche alle vie della comunicazione, all'aeroporto di Port-au-Prince e ad alcuni porti, oltre che al 23% delle scuole. I detriti da rimuovere sono pari a 8 milioni di metri cubi e lì sotto, secondo quanto denuncia l'ong italiana Cesvi, ci sono ancora migliaia di cadaveri, una bomba ad orologeria contro la salute pubblica. Le macerie sono sparpagliate tra le tendopoli (dove vivono mezzo milione di bambini), spuntate un anno fa a seguito della distruzione che ha lasciato per strada circa 1,2 milioni di abitanti solo nella capitale, dove i primi cambiamenti consistenti a seguito dei lavori per la ricostruzione potranno vedersi solo fra cinque anni, precisano le autorità locali, ricordando che le perdite economiche per l'ecatombe sono state valutate in circa 5,8 miliardi di euro.
La crescita enorme del numero dei piccoli orfani, e di occidentali che sull'isola si muovono fuori da ogni controllo, ha anche favorito che alla tragedia si aggiungesse il crimine. I bambini haitiani sono sempre più oggetto di traffici con l'estero, probabilmente destinati alle adozioni illegali. La denuncia è dell'Unicef Italia che, alla vigilia del primo anniversario del sisma, fa il punto sulla drammatica condizione dell'infanzia nel paese in un contesto generale in cui «è ancora pienissima emergenza. Nessuna ricostruzione è partita e si è molto in ritardo». «Haiti – ha spiegato il direttore dell'Unicef Italia Roberto Salvan – ha costituito una forza di polizia ad hoc che controlla di più le frontiere. Sono stati intercettati alcune migliaia di bambini perché sospettati di essere trafficati. In particolare, solo nel mese di settembre scorso, al confine con la Repubblica Domenicana, 1.800 bambini sono stati fermati e sottoposti a verifiche. Di questi, 15 sono poi stati portati in strutture protette perché quasi certamente erano stati prelevati illecitamente. Sempre nello stesso mese, un altro migliaio di altri casi sospetti sono stati individuati all'aeroporto; 6 sono stati poi accolti nella protezione. Questi 21 casi hanno bisogno di ulteriori accertamenti», ma il fenomeno esiste e alimenta le adozioni illegali. Subito dopo il terremoto l'associazione Save the Children ha avviato un programma per la riunificazione familiare: degli oltre 4500 bambini registrati come soli dopo il terremoto, 1100 sono stati ricongiunti con le famiglie. Gli altri 3400 restano in attesa di scontare il loro destino di haitiani, sperando che gli aiuti "umanitari" non glielo peggiorino.