Di ANDREA MANCIA - Avrà pure sbancato l'Auditel e ipnotizzato nove milioni di cittadini italiani, ma non sarà per questo record che l'ultima puntata di "Vieni via con me" passerà alla storia.

A parte i tanto attesi siparietti "di destra" e "di sinistra" messi in scena da Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani, infatti, la trasmissione ha scatenato un uragano di polemiche grazie a quello che, sul proprio sito personale, Roberto Saviano ha battezzato "un potentissimo monologo sulla ‘Ndrangheta nel Nord Italia".

Non vogliamo entrare nel merito della vicenda, né disquisire su fatti che non conosciamo e su cui sta indagando la magistratura. Ma il rifiuto di Raitre di concedere la tribuna di replica invocata dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, per rispondere a quelle che lui ritiene essere "accuse infamanti", è semplicemente inaccettabile.

Soprattutto se il rifiuto arriva dal cosiddetto servizio pubblico. Saviano avrà pure tutte le ragioni del mondo per denunciare i presunti rapporti tra 'Ndrangheta e Lega Nord, ma a quest'ultima non puo' essere negato il piu' elementare dei diritti di difesa. A maggior ragione se a chiederlo è il massimo rappresentante dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata. A Radio Padania, Maroni ha parlato di "nuova inquisizione".

Ma non c'è bisogno di scomodare Tomas de Torquemada e il Consejo Supremo de la Santa Inquisicion, che – con le torture e i processi-farsa – si piccava almeno di salvare le anime degli eretici dalla dannazione eterna. Più che tornare al XV secolo, infatti, per descrivere la scelta di Raitre basta evocare un metodo che conosciamo molto meglio, per ragioni sia storiche che geografiche: quello "mafioso".