Di ANDREA CESOLINI – Era l'una e ventitre' di 25 anni fa quando il quarto reattore della centrale ucraina di Chernobyl ricordo' al Mondo il rischio del nucleare.
C'erano state le bombe atomiche e altri "incidenti", ma mai niente di simile. Il 26 aprile 1986 entro' cosi', purtroppo, nelle storia come il giorno del disastro.
Un disastro, oltre che tecnico, anche politico e culturale che pose, e pone tuttora, la questione sui rischi di un utilizzo troppo disinibito di uno strumento dalle immense potenzialita' ma dall'altrettanto immensa forza distruttiva quale e' l'atomo.
A venticinque anni dalla catastrofe i dati ufficiali parlano di 5 milioni di persone che hanno subito gli effetti devastanti dell'esplosione, di 31 vittime dirette dell'incidente tra pompieri e operatori che agirono sull'impianto subito dopo l'esplosione, e di ben 6000 casi di cancro alla tiroide.
Sarebbe improprio collegare direttamente Chernobyl, Fukushima e l'utilizzo del nucleare, ma altrettanto sbagliato sarebbe affrontare la questione atomica prescindendo dai rischi calcolati, ma soprattutto "incalcolabili", che la tecnica impone per il proprio utilizzo.















