Di MIRIAM GIANGIACOMO – Gli italiani sono fantastici, devono restare in Afghanistan fino al 2014. E quando a dirlo è Richard Holbrooke, l'inviato speciale di Obama per l'Af-Pak, ovvero per Afghanistan e Pakistan, i due paesi nei quali l'amministrazione americana ha concentrato la caccia ad Al Qaeda, allora c'è da essere orgogliosi. Perche' è vero che gli italiani tribolano ogni giorno per i connazionali in missione di pace in Afghanistan. Ed è vero anche che 34 morti in 9 anni rappresentano una perdita ingente. Cosi' come è vero che l'uccisione dei 4 alpini nei primi giorni di ottobre è ancora una ferita fresca. Ma un riconoscimento cosi' importante da parte della Nato puo' essere accolto solo con orgoglio da chi vive all'ombra del tricolore. Non dimentichiamo che siamo andati in Afghanistan per catturare Bin Laden e che siamo li' perché vogliamo far partire un processo di democratizzazione, una sorta di liberazione per un popolo che per anni ha dovuto abbassare la testa davanti alle armi dei talebani e che ha il diritto ora di riscoprire il significato della parola 'dignità'.
Tutti ovviamente speriamo che il Governo stia anche disegnando un'exit strategy: ragionare in questo senso è legittimo per noi italiani come lo è per gli americani quando il loro Presidente Obama ipotizza di uscire dall'Iraq. Ma la prima preoccupazione deve essere quella degli accordi internazionali e della credibilità del nostro Paese, non dimenticando pero' che molti osservatori internazionali vedono la condizione in Afghanistan al Vietnam, cioè un'eterna incompiuta.
Noi abbiamo il dovere di rispondere presente quando la comunità internazionale chiama, ed in questo senso l'Italia è sempre stata protagonista e finalmente ci arriva un giusto riconoscimento degli sforzi fatti e delle dolorose perdite accusate. Resta pero' in sospeso la questione exit strategy, difficile da definire quando il ministro della Difesa in Parlamento parla di ritiro a partire dal 2011 e pochi giorni dopo annuncia l'aumento del contingente italiano in Afghanistan. Un quadro sicuramente ancora nebuloso e pericoloso.
Solo una cosa appare chiara al momento: dal prossimo anno non comincerà un ritiro, ma solo l'avvio di una fase di transizione – che alla Nato non chiamano neppure exit stategy – che avrà come punto di svolta vero il 2014. Tutto, comunque, verrà deciso nel vertice Nato di Lisbona a metà novembre, occasione in cui si decideranno una serie di cose e, probabilmente, il destino di migliaia di soldati.