Di MONICA GASBARRI – Una clausola che annovera la gravidanza fra le ragioni della legittima rescissione di un contratto di lavoro. Una postilla, una noticina in un capitolo. Un qui pro quo, un malinteso, a cui la Rai ha prontamente replicato, rimettendo le cose a posto, ma il sasso è stato lanciato e un sentimento di malessere e di disagio si insinua piano piano nelle nostre vite e ci disturba. Un white noise, un rumore bianco per dirla con Philiph Roth, di un’intera generazione: non c’è stabilità economica, perché investire in una forma “insulsa” di stabilità emotiva, come la famiglia?
Un sogno da pubblicità del Mulino Bianco, o da vecchia scuola, un obiettivo negato, soprattutto per le donne, sempre più lavoratrici, sempre meno mamme.
E allora con sommo malincuore mi trovo a fare una riflessione. Se la media delle donne italiane non si riconosce nella farfallina di Belen e nel suo “tanga tecnico”; se la media delle donne italiane non si riconosce nel moralismo benpensante dell’ingessata Fornero di turno; se alla media delle donne italiane non è concesso ispirarsi agli ideali tradizionali della famiglia felice… allora chi ci rappresenta in questa Italia e in questo tempo?
Forse è ancora presto per poter dire che si vuole arrivare agli eccessi di Femen e delle dimostranti russe, e i tempi ormai sono troppo maturi, oserei dire praticamente marci, per poter anche solo pensare di tornare al femminismo e alle lotte degli anni settanta, però di sicuro c’è di nuovo un ideale alto per cui tornare a lottare.
Un curioso ribaltamento di orizzonti: si è dovuti andare tanto avanti, si sono dovuti bruciare reggiseni, si e dovuta conquistare la consapevolezza del proprio corpo e del proprio eros, si è dovuto arrivare all’eccesso e allo smercio del corpo femminile passando per la liberazione dell’immagine della donna, per poterci poi accorgere che il punto dell’intero discorso e sempre stato uno e soltanto uno: la famiglia.















