Nuova giornata di tensioni in Egitto: Al Cairo ancora scontri tra i manifestanti che si oppongono a Mubarak e quelli che lo sostengono. Tredici morti accertati e oltre 1.200 feriti dall'inizio delle mobilitaioni a cui si aggiunge un cittadino straniero ucciso in piazza Tahrir: questo il bilancio.  La gravita' situazione che ha spinto i funzionari dell'Onu presenti nel paese a lasciare l'Egitto. In serata il presidente Mubarak ha dichiarato in un'intervista all'emittente Abc: "Mi dimetterei se potessi, ma sarebbe il caos". Poi, da Washington, il monito del vicepresidente americano Joe Biden, che chiede "moderazione da tutte le parti in causa", sollecita il suo omologo egiziano a intavolare "negoziati credibili e allargati" e sottolinea la "responsabilità del governo egiziano nel non far degenerare in violenza le manifestazioni pacifiche".
Sul fronte politico, intanto, nessun accordo di mediazione tra opposizione e governo. L'opposizione respinge l'offerta di dialogo avanzata dal governo se prima non si dimetterà Hosni Mubarak. Richiesta giudicata "inaccettabile" dal premier Ahmed Shafiq, che ha chiesto scusa per le vittime e si è detto pronto ad incontrare l'opposizione a piazza Tahrir. In serata il vicepresidente Omar Suleiman, in un'intervista alla tv di Stato, ha annunciato che le elezioni potrebbero svolgersi in agosto. Dopo aver ringraziato i manifestanti di piazza Tahrir, definendoli "la fiaccola delle riforme", Suleiman ha dichiarato che i disordini sono frutto di un "complotto" ordito da "Paesi stranieri, dai Fratelli Musulmani e da alcuni partiti", ma ha invitato i Fratelli Musulmani a partecipare ai negoziati con il governo. L'offerta, però, è stata rifiutata:  la coalizione nazionale per il Cambiamento di Mohamed El Baradei ha ribadito di non voler intraprendere alcun dialogo con il governo fino a quando Mubarak rimarrà alla guida del Paese. "La nostra decisione è chiara: nessun negoziato con il governo prima che Mubarak lasci il potere. Quando lascerà, siamo pronti a dialogare con il vicepresidente Suleiman", ha detto Mohammed Aboul Ghar. Lo stesso El Baradei aveva precisato, in un'intervista rilasciata ieri all'emittente Usa Cbs: "Non dialogherò mai fino a quando Mubarak rimarrà al potere. Perché offrirei al regime una legittimità che, a mio parere, ha perso".
Sono numerosi i giornalisti di testate straniere che denunciano violenze e attacchi.
Per le vie della capitale egiziana chiunque abbia in mano una telecamera o una macchina fotografica è nel mirino non solo dei sostenitori del presidente ma anche dei suoi oppositori. Un'equipe del canale al-Arabiya, accusata di essere filogovernativa, è stata costretta a fuggire dalla folla inferocita. Intorno a piazza Tahrir, poliziotti e sostenitori di Mubarak minacciano chiunque cerchi di registrare gli eventi. Anche la stampa locale denuncia violenze e intimidazioni, mentre i militari si difendono: "gli arresti vengono compiuti per la sicurezza dei giornalisti".
Da Washington arriva il monito della Casa Bianca: "Inaccettabili violenze contro giornalisti". Così il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha definito gli attacchi ai giornalisti stranieri, chiedendo il loro immediato rilascio.