E' stata approvata all'unanimita' dal consiglio di sicurezza dell'Onu la risoluzione 1970: prevede in particolare il blocco dei beni di Muammar Gheddafi e di alcuni suoi familiari e dignitari del regime, l'embargo alle vendite di armi, oltre ad un possibile coinvolgimento della corte penale internazionale dell'Aja per i crimini di guerra o contro l'umanità commessi in Libia.
Come ha indicato l'ambasciatrice degli Stati Uniti Susan Rice, le risoluzione fa riferimento all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite, che non esclude un intervento internazionale se necessario.
Gia' il presidente Obama aveva firmato una serie di sanzioni contro la Libia, tra cui il congelamento dei beni del rais e dei suoi familiari depositati negli Stati Uniti. L'ordine esecutivo entra in vigore immediatamente e colpisce, oltre al colonnello, quattro suoi congiunti: Ayesha, generale dell'esercito; Khamis; Mutassim, consigliere per la sicurezza nazionale e Saif al-Islam. Venerdì il leader libico ha invitato i suoi sostenitori a prendere le armi contro i manifestanti in un Paese messo a ferro e fuoco, dove le vittime sarebbero già molte migliaia: «Ci batteremo e vinceremo. Se occorresse, apriremmo tutti i depositi di armi per armare tutta la popolazione» ha detto nel suo primo intervento pubblico dall'inizio della rivolta. Saif al-Islam, figlio del rais, ha però aperto uno spiraglio al dialogo: ha proposto agli oppositori di sospendere gli attacchi e intavolare dei negoziati.
Il Presidente Usa, Barack Obama, si è detto convinto che Gheddafi, «se ne deve andare ora», perché ha perso la legittimità a governare. Lo ha fatto sapere con una nota la Casa Bianca. La presa di posizione è la più dura, mai presa finora, dall'amministrazione statunitense. Obama ne ha parlato in una conversazione telefonica con il Cancelliere tedesco, Angela Merkel. «Il Presidente ha fatto presente», si legge nella nota, «che quando l'unico strumento che un leader utilizza per rimanere al potere è l'utilizzo della violenza di massa contro il suo popolo, egli ha perso la legittimità a governare e deve fare quel che è giusto per la nazione facendosi da parte».
Per ottenere un'«azione decisiva», ovvero porre fine alla repressione e allo spargimento di sangue nelle strade di Tripoli, i quindici del Consiglio, in linea con l'Unione Europea, hanno stabilito sanzioni dirette contro Muammar Gheddafi, otto dei suoi figli, due cugini e undici esponenti del regime di Tripoli, 22 persone in tutto. Nel documento si impone ai 192 Paesi che fanno parte delle Nazioni Unite di «congelare senza ritardo tutti i fondi, le disponibilità finanziarie e le risorse economiche di questi individui». Ci sono poi l'embargo sulle forniture di armi e il deferimento alla Corte dell'Aja. Secondo i quindici, oltre a Gheddafi, primo responsabile dell'eccidio in qualità di «comandante delle forze armate», vanno colpiti anche due suoi cugini: Ahmed Mohammed Ghedaf al-Daf, artefice di «operazioni contro i dissidenti libici all'estero e coinvolto direttamente in attività terroristiche», e Sayyid Mohammed Ghedaf al-Daf, «coinvolto in una campagna di assassini di dissidenti e probabilmente di una serie di uccisioni in giro nell'Europa». Presi di mira anche il capo delle forze armate Masud Abdulhafiz, il ministro della Difesa Abu Bakr Yunis, il capo dell'antiterrorismo Abdussalam Mohammed Abdussalam, oltre ad altri vertici dell'intelligence.
«Spero che il messaggio sia ascoltato e preso in considerazione dal regime in Libia» ha commentato il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon, congratulandosi per il voto unificato, un voto – ha detto – che «manda un messaggio forte che le gravi violazioni dei diritti umani di base non possono essere tollerate». Poco prima Ban aveva chiamato il presidente del Consiglio Berlusconi per discutere le opzioni disponibili per risolvere la crisi e chiedere «il continuo appoggio dell'Italia e un suo ruolo attivo per un'azione decisiva». La linea dura decisa dal Consiglio è appoggiata dalla missione libica alle Nazioni Unite, che in una lettera sostiene le misure contro i «responsabili degli attacchi armati contro i civili libici, anche attraverso la Corte penale internazionale». La lettera è stata firmata dall'ambasciatore Mohamed Shalgham, ex sostenitore di Gheddafi che ha avuto un drammatico ravvedimento dopo lo scoppio delle repressioni. Venerdì Shalgham aveva chiesto al Consiglio di muoversi velocemente per fermare il bagno di sangue. Si muove l'Europa: l'Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton ha detto che la repressione avrà «conseguenze» e ha chiesto di nuovo la fine «immediata» delle violenze e delle violazioni dei diritti umani. «Gheddafi e le autorità libiche sanno che le loro azioni inaccettabili e scandalose avranno conseguenze – spiega Ashton -. L'impunità contro i crimini commessi non sarà tollerata. Le sanzioni della Ue saranno formalmente adottate nel più breve tempo possibile». Anche la Russia prende posizione: in una telefonata al collega libico Musa Kusa, il ministro degli Esteri di Mosca Serghiei Lavrov ha condannato l'uso «inaccettabile» della forza contro i civili. E dopo quella di Washington c'è la dura presa di posizione di Londra: il ministro degli Esteri William Hague ha detto che Muammar Gheddafi se ne deve andare. La Gran Bretagna ha quindi revocato l'immunità al colonnello e ai suoi figli, «per far capire qual è la nostra posizione sul suo status di capo di Stato» ha spiegato Hague.















