Di Andrea Cesolini – L'esclusione dell'Italia dalla videoconferenza a quattro (U.S.A, Francia, Inghilterra e Germania), con il contemporaneo disimpegno americano, porta a una mutazione nei rapporti di forza nel fronte internazionale impegnato sulla questione libica.
Che il fronte fosse diviso sull'opportunita' dell'intervento e sulla gestione successiva non è sicuramente un mistero, tuttavia la convergenza in nome dell' "azione umanitaria" sotto l'ombrello della risoluzione 1973 delle Nazioni Unite, aveva offerto uno spazio operativo comune abbastanza ampio, in cui ogni stato aveva potuto perseguire l'interesse nazionale senza grandi problemi.
Il disimpegno statunitense, sostenuto da un pubblica opinione americana ancora scottata dall'esperienza irachena, finisce pero' per rafforzare il fronte "interventista" anglo-francese.
Un asse che ha bisogno tuttavia di allargarsi almeno fino a coinvolgere la Germania (divenendo nella sostanza europeo), e con la necessità di escludere le posizioni alternative, sostenute attivamente da Italia e Turchia.
I fatti di ieri mostrano (come sempre accade) come accanto alla battaglia militare si sta giocando la (forse più importante) battaglia diplomatica, ancor più importante nel contesto libico caratterizzato dall'incapacita' delle forze in campo di poter raggiungere militarmente risultati definitivi: le milizie del colonnello per la presenza delle forze internazionali, i rivoluzionari senza l'appoggio della coalizione internazionale.
Quello che preoccupa non è tanto il mancato invito alla videoconferenza in se', quanto il sottostante rischio della formazione di un fronte sufficientemente compatto, e politicamente legittimato, che metta fuori gioco la posizione (e gli interessi) italiani.
Non vorremmo che l'Italia paghi l'ondeggiamento tenuto fin dall'inizio del conflitto da parte del governo. Una posizione giustificata nel momento iniziale dell'intervento per i complessi legami storici, e soprattutto economici, che ci legano alla Libia, ma che adesso sembra essere il frutto maldestro di una politica meramente 'equilibrista'.

Una posizione che non garantisce ne' l'interesse economico (al Qatar, che dopo aver riconosciuto il governo ribelle ha sottoscritto un accordo per la commercializzazione del petrolio nelle mani degli insorti, va aggiunto il credito che realisticamente Francia e Gran Bretagna 'riscuoteranno' a fine conflitto) ne' tanto meno in grado di riscattare l'immagine internazionale di un'Italia troppo spesso vicina a regimi fuori dal circuito democratico.