Vacilla la testimonianza di Enrico Tironi, il 19enne che aveva dichiarato di aver visto Yara con due uomini fuori dalla palestra. A dirlo gli inquirenti che hanno appurato che, all'orario in cui la giovane ̬ uscita dalla struttura, intorno alle 18.42 Р18.44, il ragazzo era da un suo amico a giocare con un videogame.
"L'unica certezza, fino a ora raggiunta, è il fiuto dei cani", ha detto un investigatore a Bergamo News.
A provare che la testimonianza di Tironi è inattendibile: il suo telefonino. Come riporta l'Eco di Bergamo, dai tabulati "il segnale del suo cellulare viene captato dalla stazione di telefonia mobile che copre la zona della casa dell'amico, e non quella che copre via Ravasio (abitazione di Tironi) e via Rampinelli (strada di casa di Yara)". Questo, hanno precisato gli agenti, non significa che il vicino di casa di Yara non sia in buona fede o che non possa essere risentito.
Un investigatore, in prima linea per la scomparsa della ragazzina, ha dichiarato ai microfoni di Bergamo News che le indagini sulla giovane di Bembrate di Sopra "sono a un punto morto". L’unica certezza, “o meglio l’unica cosa a cui credere – ha detto l'uomo – per ora è il fiuto dei cani. Crediamo con fermezza che Yara Gambirasio sia passata dal cantiere del centro commerciale di Mapello. E’ vero che i cani, vicino al gabbiotto del cantiere che è stato ispezionato più volte, sono letteralmente impazziti per le tracce di odore. Quindi da lì è passata la persona che cerchiamo”.
L’investigatore ha smentito categoricamente la presenza del telefonino di Yara alle 18.55 in territorio di Brembate. Infatti l'ultima volta che il telefono ha dato segnali di vita "è stato quando la giovane ha replicato al messaggio dell'amica Martina, intorno alle 18.49 (il primo messaggio di Martina era delle 18.25, Yara aveva replicato alle 18.44)".
Camminano insieme in questa nebbia che copre villette e capannoni e nasconde Yara: prosegue inesorabile l’impegno di forze dell’ordine e volontari e, altrettanto inesorabile, gli procede accanto e addosso lo sconforto, all’animo di ciascuno aggrappato come un parassita che si gonfia e cresce. Questo battere campi e casolari, argini e cantieri, questo tornare a luoghi e personaggi – testimoni ritenuti dall’incerta verità – delle prime ore, l’aggrapparsi a migliaia di tabulati e nomi d’un giorno dove si transitava per caso o per lavoro o per mistero, tutto ciò fa dilagare il senso del buio, del vuoto con un costume da sberleffo che sembra aver portato via la ragazzina di tredici anni come in un romanzo di Stephen King.
E l’impotenza morde ancora più a fondo perché la storia di Brembate di Sopra, proprio perché accaduta a ridosso della scomparsa e del ritrovamento di Sarah Scazzi ad Avetrana, non è stata liquidata nei primi momenti come un’impennata adolescenziale. Ci si è mossi, in tutte le direzioni. Il dolore è che il ventaglio sia rimasto così spalancato fino a oggi. Nel vuoto tutto irrompe. Le teorie più drammatiche e gli scenari più fantasiosi o perversi. In meno di un mese e mezzo hanno offerto suggerimenti a polizia, carabinieri, giornalisti e trecento sensitivi.
C’è chi, come la donna che contribuì al ritrovamento di Chiara Baruffi nel Lago di Como, vede Yara viva con altre persone, ma poi pendolini e carte e visioni e sogni indicano cascine con davanti un viale da camposanto oppure una prigione che si delinea pian piano e diviene la gabbia di un circo. Si liberano la buona fede e la presunzione pacata di posseder poteri e la rincorsa a colorite fughe della mente. Yara è in Val d’Aosta. No, è in Sicilia. Macché, è in Svizzera. Ogni mattina intanto, in Val Brembana e in un raggio sempre più largo di Lombardia, si infilano gli stivali e si va a camminare con impegno e sconfo
rto.