cittadini sfugge la loro funzione e utilità , anche se a votare per eleggervi dei
rappresentanti, delegati a non si sa cosa, vanno sempre meno elettori. Ci
conviene tenercele care, preservarle, custodirle in un museo di storia
istituzionale, a imperitura memoria di ciò di cui siamo capaci. Non so cosa
abbiano fatto di male le province con meno di 220 mila abitanti, non so se giÃ
non erano affollate anche quando furono istituite (come suppongo), non so quante
ce ne siano che abbiano pochi abitanti e siano confinanti con Paesi stranieri,
sicché, secondo il redigendo decreto governativo, debbano essere salvate, manco
dipendesse da loro la sicurezza nazionale (e con chi confinano?), non so nulla
di questo e non mi va di documentarmi. E' irrilevante. La questione reale, ben
più consistente, riguarda le sovrapposizioni e le duplicazioni
nell'amministrazione pubblica e l'inconsistenza della rappresentanza politica.
Roba seria.
Il governo ha fatto sapere che per abolire le
province ci vuole non un decreto, ma una modifica della Costituzione. Verissimo.
Peccato che quando si è messa mano alla Costituzione si sono complicate le cose,
moltiplicando quel che andava semplificato. Il testo originario, entrato in
vigore il primo gennaio del 1948, recava il seguente articolo 114: "La
Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni". Chiaro, sintetico e netto.
Una risicata, sciagurata e demolitrice maggioranza di sinistra, nel 2001, lo
cambiò come segue: "La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle
Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato". Non si capisce un tubo, se
non che hanno frantumato lo Stato e aumentato gli enti da amministrare. Poi
l'articolo continua, mettendoci anche che una legge dello Stato regola la cittÃ
di Roma, in quanto capitale. Il bello è che i "costituzionalisti" autori di tale
obbrobrio ancora s'aggirano a dar lezioni, anziché vergognarsi. E hanno il
coraggio di dire che la Costituzione non si deve toccare, dopo averla
sfregiata.
La logica, il buon senso e la buona creanza
avrebbero voluto l'esatto contrario. Difatti dopo l'istituzione delle Regioni a
statuto ordinario, nel 1970, Ugo La Malfa disse quello che ora pensa la
stragrande maggioranza degli italiani: cancelliamo le province. Non era
cattiveria, ma un banale ragionamento: se si trasferiscono le funzioni
(all'epoca della Costituzione le Regioni erano solo sulla carta) che ce li
teniamo a fare gli enti locali svuotati? Domanda ingenua, perché nulla è più
duraturo del sorpassato, non si chiude mai niente, avendo cura di lasciare
sempre qualche cosa da qualche parte. Questo è il nostro problema di oggi.
Sono passati quaranta anni, da quando le province
divennero inutili, ma nel frattempo sono aumentate. Conservano competenze su
questioni stradali o scolastiche, benché sia sicuro che se andate a chiederle ai
consiglieri provinciali manco loro le conoscono. E' vero che chiuderle d'un
botto è possibile solo riformando la Costituzione, ed è anche vero che non è
detto si risparmi granché, perché uffici, competenze e personale passerebbero ad
altri. Ma è anche vero che mettere ordine nelle competenze ha un senso se si va
verso la semplificazione, e che questa strada la si imbocca a patto di non
aggrapparsi alla conservazione di tutto l'esistente. Così com'è vero che le cose
inutili crescono nel tempo, se non si chiudono i rubinetti finanziari. Quindi,
possiamo anche sostenere che il tema principale non è quello della cancellazione
delle province, bensì il riordino delle competenze, e possiamo far finta di
credere che il numero dei posti elettivi sia direttamente proporzionale alla
rappresentatività degli eletti, mentre credo sia inversamente proporzionale alla
loro credibilità e funzionalità , ma, allora, almeno si evitino le provocazioni e
le prese in giro.
L'abolizione delle mini province mi sta bene, se
è l'antipasto. Ma se si tratta dell'intero servizio, pronti a considerarlo fin
troppo nutriente e pesante per la digestione, ne deduco che l'unico intento del
governo era tentare il suicidio in nove località , portando a casa un risultato
irrilevante, quindi irritante.















