12 mag. - di Davide GiacaloneL'alternarsi, repentino, di depressione ed euforia è una malattia del sistema
nervoso.
Gran parte della nostra pubblicistica ne soffre. Il rialzo borsistico
di lunedì è stato salutato con fuochi d'artificio e fontane d'entusiasmo, dopo
giorni in cui s'erano annunciati disastri. Calma, i problemi sono ancora tutti
al loro posto, e i nostri non sono solo immutati, ma aggravati dalla possibilità
che cresca l'inflazione, quindi i tassi d'interesse, rendendo più oneroso il
debito pubblico
. Ciò ha conseguenze politiche rilevanti, che rendono necessario
il cambiamento di molte cose, a cominciare dal fatto che non possiamo assopirci
in una crescita asfittica, nuovamente diagnosticata dal Fondo Monetario
Internazionale. Ci sono cose scomode, che vanno dette subito.

E' vero che la deresponsabilizzazione e l'azzardo contenuti in prodotti
finanziari molto diffusi hanno innescato una crisi globale, ma è anche vero che
la Cina avanza come una freccia, il Brasile corre alla grande, gli Stati Uniti
hanno ripreso a trottare, mentre l'eurozona arranca, con tassi di crescita più
contenuti e scarsa capacità di creare nuovo lavoro, e noi italiani dopo uno
scivolone rovinoso, siamo inchiodati, cresciamo con il contagocce e non
riassorbiamo la disoccupazione, anzi, ne creiamo di nuova.
I greci precipitano,
altri sono sul ciglio del burrone, ma la gara a chi è messo peggio ha un che di
macabro.

La cosa politicamente rilevante è comprendere perché la medesima crisi ha
effetti così diversi. I Paesi che ho citato sono paradigmatici, e una visione
d'insieme aiuta a capire come procedere. Non sono pessimista, lo premetto, anzi,
comincio adesso a vedere segnali incoraggianti. Il buio era profondo e l'aria
appestata quando si era circondati dall'inconsapevolezza e dall'incoscienza
politica. Ora, almeno, la realtà s'è imposta.
La Cina è un caso a sé, che
tiene assieme dittatura e accumulazione capitalistica. Fin qui ha retto perché
faceva comodo avere un produttore a basso costo, che alimentava mercati di
consumatori onnivori, e fa ancora comodo, perché può essere il volano della
ripresa, liberando un po' di domanda interna, ma le contraddizioni sono
evidenti: il risparmio forzoso ha portato all'acquisto del debito occidentale,
acquisendo un potere enorme, ma l'avvio dei consumi genera consapevolezza
individuale e sociale, minando le basi stesse del sistema.

Il Brasile ha, come la Cina, abbondanza di manodopera a basso costo, cui
aggiunge una borghesia ricca e cosmopolita.
Fin quando i due gruppi si sono
considerati antagonisti (complice la guerra fredda) il Paese è rimasto ingessato
nella dittatura e nell'instabilità. Poi sono giunte le privatizzazioni, quindi
un presidente di sinistra con una spiccata vocazione capitalista. In più è una
democrazia, imperfetta quanto si vuole, ma pur sempre una democrazia. Il futuro
è promettente, se non si risvegliano gli incubi della storia. Inoltre, oggi sono
i Paesi del Bric (Brasile, India, Cina) a prestare soldi a quelli che, un tempo,
erano i padroni della storia e del mondo. Significativo.

Gli Stati Uniti sono stati l'epicentro del terremoto finanziario, la culla
dove è cresciuto il mostro dell'irresponsabilità.
Ma sono anche un sistema
elastico, capace di riadattarsi. Sono ripartiti prima degli altri e riassorbono
disoccupazione più degli altri. Hanno un problema di debito privato, mentre
lievita quello pubblico, ma sono la più grande potenza militare del mondo, e
sarebbe sciocco non metterlo sulla bilancia. Nel pieno della crisi hanno saputo
fare due cose: avviare un programma di welfare state sanitario e sfruttare la
legislazione del lavoro per creare occupati. Da quattro mesi l'occupazione
cresce, nel solo mese di aprile si sono registrati 266mila occupati in più, nel
settore privato, e 66mila nel pubblico (con contratti a termine).

Dal punto di vista economico, invece, l'Europa è veramente il vecchio
continente.
Abbiamo il modello di welfare state più costoso e la struttura di
mercato più rigida, con il risultato che cresciamo meno di tutti, pur essendo il
più ricco mercato di consumatori. I Francesi ne sono consapevoli e il capo del
governo, François Fillon, ha annunciato una politica di restrizioni, che mira a
comprimere la spesa pubblica, anche quella pensionistica. Si avverte la
necessità di uscire dalla corazza di un sistema in cui più della metà del pil
dipende dallo Stato. La Germania ha da tempo ristrutturato il suo sistema
produttivo, colmando (sebbene non del tutto) il divario fra le due parti del
Paese. Le restano ambizioni continentali, che cerca di perseguire esercitando
l'influenza economica che le deriva dall'avere l'euro più forte (quello che paga
i più bassi interessi sul debito pubblico). L'Italia è rimasta ancorata al
passato. E' stata capace di non spendere, ma non è capace di spendere bene, come
ci sarebbe bisogno. E dentro l'Italia ci sono zone a quasi totale dipendenza dai
trasferimenti pubblici, che rappresentano la palla al piede dell'economia.

Il succo è questo: chi si attrezza a vivere nella globalizzazione ne trae i
vantaggi, mentre chi si attarda nella conservazione del non conservabile ne
subisce solo gli effetti negativi, vale a dire una progressiva perdita di
competitività, quindi di fette di mercato mondiale. Siamo noi, e non possiamo
permettercelo, non possiamo rimandare oltre i conti con noi stessi, posticipando
riforme radicali e necessarie, che suscitano l'opposizione dei corporativismi e
delle rendite di posizione. E' un problema politico, che richiede scelte
politiche.

Attardarsi è costoso, troppo.

VAI A FREE NEWS ON LINE