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22 gen. - Sale la febre elettorale in
Iraq, in vista delle elezioni amministrative che avranno luogo
il 31 gennaio: i sondaggi gia' prevedono un'affluenza record ma,
soprattutto, segnalano un sensibile calo del consenso per i
partiti di esplicita impronta religiosa, sia sunniti che sciiti.
Con il notevole calo della violenza registato negli ultimi
mesi dopo anni di attentati e massacri, oltre 14 mila candidati
sono scesi in campo per disputarsi 440 seggi nei consigli di 14
delle 18 province irachene.
Resteranno fuori dalla consultazione
le tre province autonome curde e quella contesa di Kirkuk.
Almeno il 73 per cento dei circa 15 milioni di elettori
chiamati alle urne si rechera' a votare e il 42 per cento di
essi sceglieranno candidati laici, mentre il 31 per cento
candidati di formazione religiosa, secondo un recente sondaggio
pubblicato da un sito web governativo.
E in una contesa che appare sempre piu' come un test per
l'operato del premier Nuri al Maliki e del suo governo, la
coalizione sciita che ha la maggioranza relativa in Parlamento
si presenta in ordine sparso.
Lo stesso premier ha dato vita con il suo partito Dawa ad una
lista dal carattere piu' secolare chiamata non a caso Per lo
Stato di Diritto, che secondo i sondaggi sarebbe in testa con il
23 per cento dei consensi, seguita al 12,6 per cento dalla lista
Nazionale irachena dell'ex premier laico Yiad Allawi e quindi
all'11,4 dalla grande formazione scitta Supremo consiglio
islamico iracheno (Scii) di Abdel Aziz al Akim, che alle
elezioni del 2005 aveva ottenuto il controllo di gran parte dei
consigli provinciali nel Sud del Paese.
Le due formazioni sunnite Fronte della concordia e Fronte del
dialogo nazionale, che avevano boicottato le legislative e le
provinciali del 2005, sono accreditate rispettivamente di un 4,5
e 3,6 per cento.
In quest'atmosfera, il grande ayatollah Ali Sistani, massima
autorita' religiosa sciita in Iraq, ha esortato tutti gli
iracheni a partecipare in massa al voto, badando bene di
sottolineare che egli non sostiene alcuno schieramento politico.
La legge elettorale approvata recentemente dal Parlamento
vieta esplicitamente riferimenti religiosi in campagna
elettorale, ma diversi candidati non hanno spauto reistere alla
tentazione. Come il caso di Allawi, che si professa laico ma che
in molti manifesti appare con una copia del Corano in mano, o
dello Scii che nei volantini ha stampato il nome di Maometto, in
modo che i fedeli non lo straccino o lo gettino nella
spazzatura.
Nella selva infinita di poster che ormai campeggiano su tutti
i muri o sulle barriere di cemento erette a protezione dei punti
'sensibili' delle citta', i vari slogan sono pero' per lo piu'
incentrati sulla sicurezza, sulla lotta alla corruzione,
sull'unita' dello Stato, sul nazionalismo.
Anche quelli delle quasi 4.500 donne che si sono candidate,
in virtu' di una 'quota rosa' fissata al 25 per cento dal
Parlamento. Le loro possibilita' appaiono pero' scarse, almeno
per i sondaggi, in cui anche molte elettrici hanno affermato di
preferire candidati uomini, piu' adatti in questo momento, a
loro dire, ad affrontare le difficili sfide del Paese.
(ANSA)
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