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TOSCA E' GELSOMINA NE "LA STRADA" AL TEATRO VALLE DI ROMA FINO AL 29/3. L'INTERVISTA

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24 mar. - INTERVISTA di Giovanni Zambito. Dall'omonimo capolavoro cinematografico di Federico Fellini (premio Oscar nel 1956) al Teatro Valle di Roma fino al 29 marzo è di scena "La strada" di Tullio Pinelli e Bernardino Zapponi, interpretato da Massimo Venturiello (anche regista) nel ruolo di Zampanò e da Tosca nei panni di Gelsomina.
"E' la realizzazione di un sogno", confessa l'attrice-cantante Tosca intervistata da Clandestino Web.
Immaginavi un giorno di fare l'attrice più che la cantante?
"A dir la verità io nasco come attrice, ma per campare ho cominciato a cantare sapendolo fare e avendo alle spalle una famiglia di musicisti: diciamo che la musica mi è venuta più incontro della recitazione. L'incontro con Arbore e Mattone è stato in tal senso fondamentale e mi ricordo che giravamo l'Italia con il gruppo Barilla Boogie Band e facevo la vocalist nel gruppo di Stefano Palatresi e Gegè Telesforo".
Qual è stata la tua prima prova d'attrice?
"A 18 anni e mezzo interpretai una donna trentacinquenne in una commedia. Fui presa pure dalla Bottega dell'Arte di Gassman, ma ero una mammona e non sono riuscita a stare da sola a Firenze".
Come ti senti a recitare in un'opera che ricalca il capolavoro felliniano?
"C'è sempre tanta paura a toccare certi capolavori e a interpretare ruoli che furono di grandi attori e attrici: ma ci si dimentica poi che le cose restano lì. Un film come "La strada" che ha più di 60 anni non è conosciuto dai giovani di oggi e il teatro è un modo per farlo riscoprire; l'importante è che le riproposte siano fatte bene e diano delle emozioni. A Messina giovanissimi studenti ne sono rimasti profondamente colpiti".
Non è una riproduzione pedissequa, vero?
"Come fu per "Gastone", c'è stata una trasformazione che la riporta ai tempi d'oggi: l'ambientazione rimane quella degli anni '50 ma resa più fruibile e veloce. Alla fine dello spettacolo c'è chi parteggia per Gelsomina, chi per Zampanò di cui è messo in luce il risvolto umano: quando veniamo in avanti sembriamo veramente un gruppo di poveracci della strada che si mostrano nella loro disgrazia".
Attraverso questo lavoro è cambiata in te la percezione di certe povere realtà?
"Eccome: capisco che verso gli zingari ci sia un atteggiamento di sospetto, anch'io personalmente ho subito un furto in casa. Ma la soluzione non è eliminarli ma cercare un'integrazione anziché trovare in loro il solito capro espiatorio".
Tu avevi visto il film? quale aspetto ne hai còlto?
"Sì, tante volte e ogni volta ne coglievo un aspetto diverso. Da ragazza mi colpiva l'elemento del circo, la pazzia di Gelsomina. Col tempo ho còlto l'incomunicabilità fra le due persone, la crudeltà del circo e della vita stessa. Fellini stesso diceva che Gelsomina era la vita, l'amore puro e assoluto, mentre Zampanò era la vita che scorre, il campare".
Conoscevate la già esistente versione teatrale di Tullio Pinelli?
"Non sapevamo che esistesse: l'abbiamo rintracciata alla Siae. L'abbiamo letta e si è deciso di riadattarla perché non c'erano le musiche. Germano Mazzocchetti ha cambiato in musica le scene dei circensi e i testi di Nicola Fano e Massimo Venturiello fanno da coro, anticipando o commentando il contenuto. Ci sembrava invece giusto mantenere così com'era il tema di Gelsomina composto da Nino Rota".
Come mai hai deviato dal tuo percorso di cantante dedicandoti al teatro?
"Ho cambiato strada nel momento più alto della mia carriera musicale: avevo vinto Sanremo con Ron ma mi sono resa conto che mi si poneva davanti qualcosa che non volevo. E' molto duro lavorare nel campo discografico e stare a certe regole impiegatizie: incisione, promozione, passaggi in radio; non mi piaceva entrare in quell'ingranaggio che non reputavo necessario. Poi mi chiamarono per doppiare "Anastasia" con Fiorello e fu un'esperienza divertentissima: i discografici non volevano e decisi dunque di rompere il contratto che mi legava all'etichetta per tre dischi. Da lì l'incontro con Saverio Marconi e il musical "Sette spose per sette fratelli " e il resto...".
E che cosa distingue la realtà teatrale da quella discografica?
"Dentro il teatro c'è l'emozione e il rigore, un rituale che la musica non possiede più. Ho cominciato ad incamminarmi verso il teatro-canzone, quello di Gabriella Ferri, Gaber, Proietti, Ombretta Colli, Maddalena Crippa e ora ho scoperto il gusto di recitare a prescindere da quello che è l'involucro musicale".
Anche Ron sta facendo un parallelo cammino di riscoperta portando in giro un recital dove parla più che cantare. Curioso, non ti pare?
"Quando pensi che le cose siano esaurite in realtà non è così. Quando Rosalino si mette in libertà, al pianoforte, a Garlasco, davanti al camino è sempre in grado di comporre capolavori in musica e si lascia andare alle emozioni; quando invece si mette a pensare all'industria si blocca. Ron deve purificarsi...".
Tornando a "La strada", c'è chi si rammarica che canti poco...
"Canto poco, da personaggio: rispetto troppo Gelsomina e se avessi esagerato con il canto ne avrei fatto un'americanata...".
Personalmente come artista quanto attingi dalla strada?
"Tantissimo, soprattutto dalla mia famiglia. Per "Gastone" m'ispirai a una mia zia che con sè teneva sempre una borsetta che non lasciava mai, mentre per Gelsomina m'ispiro a mio zio Raffaele che a dieci anni fu colpito da una meningite, alle sue movenze, ma anche al mio cane Mario, alla sua espressione perché il modo di scappare e di subire che di Gelsomina appartiene più alla sfera animale che a quella umana". Giovanni Zambito.
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