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Ultimo aggiornamento: 16.05.2008 ore 20:56
11.800.000 iscritti ai tre maggiori sindacati. Il vero potere forte Stampa E-mail
21/09/2007

La recente proposta del ministro Nicolais porterebbe ad un risparmio economico per lo Stato pari a 500 milioni di euro l'anno e ad un ricambio generazionale, ma i sindacati dicono no.

Ripercorrendo l'iter storico della nascita dei movimenti sindacali in questo Paese, le modalità con cui sono andati affermandosi con un processo irreversibile e per certi versi inesorabile, le circostanze che li hanno portati ad una presenza sempre maggiore nel panorama socio-economico nazionale fino a farne, oggi, un vero strumento di potere, io sorrido. Paradossalmente e sarcasticamente sorrido.

nicolais.jpgGiuseppe Di Vittorio, storico leader sindacale del primo dopoguerra, ha scritto "Quando si ha la consapevolezza di servire una grande causa, ognuno può dire a se stesso e affermare di fronte alla società di aver compiuto il proprio dovere".

Oggi questa massima sembra essere lontana anni luce dalle ispirazioni degli attuali leader sindacali che sanno troppo di populismo, qualunquismo e carriere personali.

Tutti vorremmo un mondo senza disoccupazione e con bassi livelli di tassazione. Un mondo ideale chiamato "utopia". Ma gestire la cosa pubblica richiede senso pratico, visione globale delle problematiche di crescita economica e sociale e capacità decisionale diretta.

Non fraintendetemi. Non auspico un governo impositore che va avanti per la propria strada senza alcuna logica di concertazione e condivisione, ma la condivisione ha un senso in quanto tale e viene a perdere ogni ragion d'essere nel momento in cui si traduce in aprioristiche prese di posizione che, di fatto, annullano qualsiasi tentativo di conciliazione.

L'Italia ha nella disoccupazione giovanile e nel deficit pubblico due mali endemici che svariate legislature non sono riuscite a curare. La recente proposta del ministro Nicolais, che prevede per ogni tre pensionati l'assunzione di un giovane, porterebbe ad un risparmio economico per lo Stato pari a 500 milioni di euro l'anno e ad un ricambio generazionale dei lavoratori della pubblica amministrazione. Tale ipotesi appare sensata e condivisibile per le seguenti ragioni: 1) fornisce una risposta alla disoccupazione giovanile; 2) garantisce un ricambio generazionale rendendo di fatto possibile e proficua l'innovazione della pubblica amministrazione attraverso l'utilizzo di nuovi strumenti di lavoro (internet, elaborazioni telematiche, ecc) che trovano nei giovani un "terreno fertile" e c) porta un risparmio alle casse dello stato.

La risposta dei sindacati ? No, nada, niet, nein. Cgil, Cisl e Uil hanno contestato l'impostazione della proposta Nicolais sostenendo che tali ipotesi vanno verificate settore per settore e che una discussione a livello nazionale appare "impropria". A me, francamente, improprie sembrano le loro motivazioni al diniego. Invece di apprezzare il nuovo modo di approcciare un problema antico ci si trincera dietro un'anomalia di metodo. Rifiutando la proposta.

Paradossalmente, oggi il sindacato in Italia è in grado incidere pesantemente, forse più dello stesso governo, sulle politiche nazionali in tema di economia, lavoro, sicurezza e quant'altro. In nome del bene del lavoratore e dietro la minaccia di scioperi generali, queste organizzazioni hanno una sconfinata influenza, che, troppo spesso, purtroppo, anziché essere utilizzata per il bene reale del Paese (come il provvedimento Nicolais), viene usata come mero strumento di potere. Un potere davvero forte.

Tuttavia, è assai elevato il rischio che questo potere impatti negativamente nel processo di perseguimento del bene dei nostri lavoratori che sta ( o dovrebbe stare!) alla base dell'operato dei leader sindacali. Questo sindacato dei veti, continuando a perseguire una politica di opposizione, diniego e rifiuto, danneggerà, nel medio-lungo termine, proprio quella classe in nome della tutela della quale tali movimenti sono stati istituiti, con il rischio di ingenerare profonda delusione e disappunto in coloro i quali, come Di Vittorio, hanno speso un'intera esistenza per la reale ricerca del bene della collettività.

Antonio Cassina

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