| Fondi comunitari e costi insulari |
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| 19/07/2007 | |
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Antonio
CassinaI costi legati all'insularità: annoso problema di difficile soluzione. Il testo di
Bennato si riferiva ad un'"isola che non c'è", un luogo idilliaco, paradisiaco,
senza ladri, gendarmi e guerra in cui la vita si svolge secondo quanto tutti noi
sogniamo nelle notti più felici: benessere, cordialità, condizioni di massima
vivibilità...si, un'isola felice. Un'isola che non c'è, appunto.
Ma la realtà è un'altra. E la parola stessa evoca una condizione di diversità, di segregazione di isolamento, che parte della nostra nazione si trova a vivere da troppo tempo. Ma l'essere "isola" davvero comporta un costo? O saranno i soliti piagnoni che reclamano più fondi al governo centrale sostenendo un assunto tutto da dimostrare? Dibattiti estenuanti, innumerevoli consessi parlamentari, seminari, tavole rotonde e studi scientifici hanno vissuto momenti di gloria affrontando quest'annosa questione. Che torna più che mai di attualità, proprio adesso che ci si appresta ad affrontare la prossima pioggia di finanziamenti comunitari relativi al periodo di programmazione 2007-2013. Tali studi evidenziano la presenza di numerosi fattori che influiscono sui costi dell'insularità, tra i quali certamente vanno citati: i costi di trasporto, sia in termini di trasporto di merci sia in termini di trasporto di persone; i costi per l'avvio e la conduzione delle attività economiche, con riferimento ai costi di ricerca del personale e ai costi di accesso al credito; i costi di carattere socio-ambientale, ovvero quei costi legati alla condizione sociale del territorio in cui ci si trova ad operare (criminalità, disservizi, sistema burocratico vigente nel territorio); i costi delle infrastrutture, non soltanto stradale, ferroviaria e aeroportuale, ma anche e soprattutto di carattere energetico e di comunicazione (fonia, dati, ecc); e, infine, i costi di ricerca e sviluppo, quasi sempre legati alla propensione delle Amministrazioni a supportare con risorse economiche progetti di sviluppo nel campo della ricerca. In realtà anche soltanto il buon senso - e non studi redatti da illustri economisti e politologi - ci suggerisce che l'(in)felice posizione geografica delle isole italiane ha causato la condizione di sofferenza in termini di sviluppo in cui esse, dalla Sardegna alla Sicilia, ivi incluse le isole cosiddette "minori", versano attualmente. Unitamente, però, ad una politica nazionale pluriennale di cecità che ha visto le nostre isole come palle al piede piuttosto che opportunità. Solo così si possono spiegare i provvedimenti assistenzialistici fini a se stessi, un'atavica assenza di programmazione nel settore della progettazione ed esecuzione di reti infrastrutturali al fine di favorire lo sviluppo economico e industriale. I primi orientamenti del governo centrale non promettono nulla di buono. In nome di una scelta di priorità strategiche da rivedere si è, fino ad ora, soltanto provveduto a cancellare opere in programma - in primis il ponte sullo stretto e notevoli definanziamenti per investimenti infrastrutturali in Sardegna - senza proporre nulla di concreto, di vero, di utile. E dall'altro lato, le Amministrazioni locali, di destra e di sinistra, che mostrano ferma volontà a difendere in sede nazionale le proprie ragioni a tutela di uno sviluppo auspicato ma mai compiuto che investa in modo strutturato sul turismo, sui beni artistici e sull'industria. Battaglia sacrosanta da difendere e sostenere con entusiasmo e fermezza, perché soltanto con una seria politica di sviluppo territoriale, fatta di strategie, piani progettuali, ma anche di risorse, le isole potranno tornare ad assumere un ruolo principale e strategico nel nostro panorama nazionale.
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