PANE AMORE E SANITA'....18 lug. - di Marco Lampasona - Vi ricordate la campagna pubblicitaria 2007 utilizzata dal Ministero della Sanità per celebrare i trent’anni dall’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale? Il manifesto campeggiava nelle principali città italiane con la faccia di una bella infermiera ed uno slogan ecumenico : “Pane, Amore e Sanità”. Oliviero Toscani, ideatore di quella campagna, pensò bene che invece di
scioccare ancora una volta l’opinione pubblica con una delle sue solite
trovate, occorreva rasserenare gli animi già abbastanza inquietati da
tutti gli eventi di malasanità e i reati di truffa, concussione, abusi
d’ufficio di cui è pieno il nostro Servizio Sanitario Nazionale.
Oggi quella pubblicità torna più che mai d’attualità.
Tolto l’Amore, infatti, Pane e Sanità sembrano rappresentare bene l’appetito che il nostro Sistema Sanitario continua a suscitare.
Migliaia di falsi esenti ticket, truffe milionarie attraverso rimborsi gonfiati e prestazioni mai effettuate sono notizie che, da qualche anno, vengono sbattute sulle prima pagine dei quotidiani e, nella maggior parte dei casi, non si risolvono con una querela per diffamazione nei confronti del giornalista che li pubblica o con un assoluzione con formula piena ma con una condanna definitiva da parte dei Tribunali competenti.
Al di là dei recenti fatti di cronaca abruzzesi piuttosto che milanesi, su cui attendiamo che la giustizia faccia il suo corso, il problema è che il Sistema così com’è non funziona.
Non ci vuole una laurea alla Harvard University per comprendere che il Servizio Sanitario Italiano eroga prestazioni mediocri a costi inaccettabili.
I soli costi diretti pesano sulle tasche di ogni residente per circa 1.700 euro annui, a cui però, cosa che non rilevano le ricerche che ho avuto modo di analizzare, si devono aggiungere tutti i costi indiretti (costo della Giustizia, costo sociale, etc).
I conti in rosso di ASL e Ospedali, gli sprechi diffusi che però, forse, per qualche altro operatore a valle rappresentano fonte di guadagno li paghiamo tutti noi, cittadini ed imprese, nessuno escluso.
Un sistema altamente, e direi anche facilmente, corruttibile dove vi è una coincidenza tra soggetto che paga e soggetto che controlla.
Un sistema, infine, in cui soggetti che erogano le prestazioni in regime di convenzionamento, presentano un livellamento organizzativo che tende verso il basso piuttosto che verso l’eccellenza.
L’accreditamento, infatti, non ha prodotto alcun risultato significativo sul fronte della qualità.
Non si può imporre la qualità per legge !
Mi sembra che le strategie politiche adottate in questi ultimi dieci anni non hanno prodotto alcun risultato di rilievo. Anzi, al contrario, sì è assistito ad un peggioramento. Azzerramento dei superticket sulla specialistica, maggiori controlli sugli evasori, riduzione del personale, taglio dei posti letto, sono solamente titoli da prima pagina dei quotidiani, non certo misure correttive che possono eliminare le cause reali dei problemi.
E’ l’intero impianto che non funziona più. Il tutto a tutti, vision universalistica e solidale che ispira in teoria la nostra Sanità, è una ricetta di trent’anni fa, oggi falsa e, comunque, non più sostenibile come testimoniano i bilanci di ogni singola Regione.
Diciamo, innanzitutto, quello che nessuno vuole apertamente dire: il SSN non garantisce, alla faccia dell’universalità delle prestazioni, niente a nessuno. Il tutto a tutti è una grande ipocrisia !
Come si può, infatti, dire ad un malato oncologico che egli è garantito nel suo diritto di esser curato, se ci sono 4 mesi di lista d’attesa per effettuare una TAC o una risonanza magnetica?
Qual’è il diritto di cura di un anziano che desidera tornare a vedere il contorno del viso dei suoi nipoti e scopre che la sua operazione di cataratta gli viene calendarizzata fra due anni, e solamente a livello ambulatoriale ?
La stessa Carta Costituzionale della nostra Repubblica, pur tutelando la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività, prevede cure gratuite ai soli indigenti.
Ma si sa i nostri legislatori vanno sempre oltre.
Ma non avremmo un sistema più efficace/efficiente se lo Stato, piuttosto che sostenere direttamente i costi della sanità (Personale, Convezionamento, Attrezzature, etc), acquistasse, per conto di tutti i cittadini italiani residenti nel territorio nazionale, una polizza assicurativa sanitaria.
Quest’ultima potrebbe garantire le prestazioni in funzione dei redditi del proprio nucleo familiare, in modo tale da fornire la copertura totale ai meno abbienti, e parziali a coloro che, invece, possono permettersi di pagare.
Sicuramente un acquisto siffatto costerebbe molto meno dei circa 90 miliardi di euro che lo Stato spende per tenere in piedi il SSN. Si dovrebbe, contestualmente, trasformare le ASL/Aziende Ospedaliere in Fondazioni che, in tal modo, potrebbero attirare capitali privati oltre che non rientrare più nel perimetro del Bilancio Pubblico.
Alle Regioni rimarrebbe solo la funzione di controllo che, in quest’ipotesi, potrebbe essere esercitata effettivamente in maniera indipendente.
Il cittadino, con la sua polizza, potrebbe decidere di farsi curare da chi offre i migliori servizi assicurando, con la sua libertà di scelta, un vero e proprio circolo virtuoso tra i soggetti che compongono l’offerta sanitaria.
Chiaramente, quelle sopra riportate, sono solo alcune idee/provocazioni che meritano successivi approfondimenti e che spero, però, invitino chi ci governa a riflettere.
Vedremo, se in questa tornata legislativa verosimilmente riformista, si avrà il coraggio di mettere mano in maniera concreta alla realizzazione di un sistema migliore, sostenibile e, soprattutto, socialmente responsabile.
Marco Lampasona
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