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Ultimo aggiornamento: 04.07.2008 ore 16:45
A TOKIO con Crespi - resoconto semiserio di un viaggio veloce. Stampa E-mail
05/12/2007
6 Dic. - di LUIGI CRESPI - Domenica sono partito per Tokio; 12 ore di volo e 8 ore di pesante jet leg. Era la prima volta che andavo a Tokio. L'impatto con la città non è stato certo dei migliori: cielo plumbeo, pioggia fitta e dal 27° piano dell'hotel dove ho alloggiato, la città mi appariva inquietante come nel film di Ridley Scott, Blade Runner.

tokiotorre.jpgUna distesa a perdita d'occhio di grattacieli che paiono disposti a caso. Ma alcune cose mi hanno colpito: il gusto discutibile della copia, infatti proprio a ridosso della mia finestra capeggiava una torre Eiffel in scala, cioè alta appena 300 metri e faceva specie vedere la fila dei turisti che si accalcavano per salire in cima alla torre Eiffel di Tokio, la "Tokio Tower", per guardare il panorama della città immersa nella nebbia e bagnata di pioggia. Un'altra copia praticamente perfetta è il ponte che unisce la baia di Tokio, il "Ponte Toquio"; da lontano è esattamente quello a campate di Brooklyn, altra meravigliosa copia naturalmente ridotta di un terzo. Poi, durante una pausa del convegno che mi ha portato nella città del Sol Levante, mi sono trovato a bere un caffè al Bar Segafredo (tra l'altro un buon caffè, effetto della globalizzazione) al World Trade Center.

Devo dire che anche quella era una copia perfetta in scala ma entrarvi mi ha fatto una certa impressione e non vi dico con quale stupore ho potuto verificare che nei locali pubblici, compreso il baretto del World Trade Center di Tokio è possibile fumare. Mi sono quindi gustato un ottimo caffè e mi sono acceso un mezzo sigaro, rito che in Italia, giustamente, non è più possibile, pare, da tempo. Ma come sapete i sigari si consumano lentamente e quindi sono uscito a passeggiare per strada con il sigaro in bocca; lì un solerte poliziotto mi ha redarguito pesantemente perché non è possibile fumare per strada. Ho pensato, allora, che non ci trovavamo certamente di fronte agli emuli degli amministratori napoletani che si occupano di quello che respirano i propri cittadini, concentrandosi sui mali del tabacco e omettendo di occuparsi della diossina che migliaia di chili di rifiuti producono davanti alle abitazioni dei napoletani.

No, in quel caso il problema non era la salute, era la pulizia delle strade. Non si può fumare all'aperto perché non esistono i posacenere per strada ed è vietato buttare le cose per terra. In effetti il centro di Tokio è uno specchio!

Tokio è un modello di organizzazione: città costruita su più livelli, straordinaria rete di mezzi pubblici, taxi ovunque, grande controllo sociale con una presenza garbata delle forze dell'ordine. Il traffico scorre, separato da quello pesante, quello commerciale e tutto sembra seguire un ordine preordinato.

I giapponesi, dal canto loro, sono carini, gentili, educatissimi, con questo rito di inchinarsi ogni volta che ti vedono, però non ti toccano. Immagino un turista napoletano, abituato al contatto fisico, quale disagio possa provare tra tutti questi inchini e salamelecchi. Dopo un po' ti senti controllato, non accudito. E' evidente che sono diversi, anche se i negozi, l'abbigliamento, l'architettura, hanno preso molto dal mondo occidentale e, al contrario delle capitali europee, dove la presenza del passato storico, articolata nelle varie epoche, medio evo, rinascimento... è presente e si manifesta nei tempi, nelle chiese, nei palazzi, nelle piazze, a Tokio invece il passato, pure glorioso di quella terra, sembra cancellato; a stento tempiozojo-jiex.jpgne trovi i segni. Io ne ho trovato uno al tempio di Zojo-ji, un tempio che risale al 300; l'ho visitato la mattina alle 7 e dentro vi ho trovato quell'energia, quell'essenza dell'antico Giappone che intorno pare scomparso. I monaci, vestiti di bianco e nero, la loro presenza distaccata, i profumi, i colori e la pace che in quello spiraglio ho potuto trovare è cosa rara.

Quindi, anche in un paese dove la tecnologia pare essere un'espansione tempiozojo-jiin.jpgegoica degli individui, un tratto comune e identitario della stessa società, persistono ed esistono spazi in cui puoi portarti a casa, come nel mio caso, doni insospettati.

Ma proprio la tecnologia appare a Tokio un limite della convivenza civile e della libertà individuale. Pensate che nell'hotel dove risiedevo ho avuto la mala sorte di uscire dalla stanza per andare a fare colazione senza la chiave elettronica e mi sono trovato prigioniero del palazzo. Senza quella maledetta chiave non potevo utilizzare l'ascensore, non potevo accedere al breakfast, non potevo rientrare nella mia stanza. Insomma, un incubo, una specie di inferno di cristallo perché in un paese dove le regole appaiono dettate dalla tecnologia, non è previsto che qualcuno si dimentichi una chiave elettronica e probabilmente, se lo fa, è un reietto della società. Quando finalmente ho trovato un addetto al servizio alle camere non vi dico le espressioni, e chissà cosa mi ha detto mentre mi apriva la porta della stanza con il passepartout.

Ho trovato questo francamente imbarazzante ma ancora wcriscaldato.jpgpiù imbarazzante è il water che era in dotazione all'hotel. Consiste in una diavoleria invasiva per la quale, quando ti siedi sulla tazza, come capita a tutti gli esseri umani per svolgere le proprie funzioni corporee, l'asse del cesso, dotata di una serpentina sensibile alla pressione, si scalda e tu, anziché su una tazza, hai l'impressione di stare su una griglia e di fare la parte di una salsiccia. Ma la cosa più incredibile è uno spruzzo che, con un ordine ancora a me misterioso, ti "sciacquetta" i genitali senza alcun preavviso. Potete immaginare quale trauma mi abbia prodotto la mia prima esperienza nipponica? E' un'invasione della propria intimità. Ho scoperto poi che, a fianco del cesso, c'è una consolle con tutte le opzioni di calore, con la filodiffusione, ti puoi collegare anche ad internet, tutti gli accessori tecnologici del caso.

Un altro dettaglio che mi ha molto divertito è scoprire che in Giappone, sia gli uomini sia le donne portano il burka: non tutti ma, andando in giro per Tokio vi capiterà di vedere una quantità di giapponesi con mascherine da infermieri sulla faccia. All'inizio ho pensato che fosse una bizzarra moda locale ma poi la quantità di persone, la varietà delle mascherine, i colori, il design, mi hanno fatto intendere che non si trattava affatto di una moda locale ma di una scelta di vita; in alcuni locali pubblici la mascherina è addirittura obbligatoria. L'utilità pratica di questa mascherina è scientificamente discutibile. Nell'intenzione di chi la usa c'è la volontà di difendersi dai germi, dai bacilli, dai fattori esterni, ma a me, in realtà, appare solo un modo per nascondersi tra l'altro in un luogo, Tokio, dove differenziarsi appare molto difficile.

Ma la cosa ancora più divertente è che per tutto viaggio di ritorno, che dura 12 ore, almeno un terzo dei giapponesi presenti sull'aereo hanno tenuto la mascherina in faccia, togliendosela solo per mangiare. Ho pensato che forse temessero l'aria viziata dell'aereo ma la mia sorpresa più grande è stata che, appena arrivati in Italia, le mascherine sono sparite. L'altro colpo di scena è stato quella di vedere i giapponesi con i quali ho diviso le 12 ore di traversata transcontinentale, arrivare all'uscita di Fiumicino ed attaccarsi selvaggiamente alle sigarette, vociare rumorosamente e, mentre stavo beatamente in fila aspettando il mio turno per il taxi, un giapponese compassato mi ha "fottuto" letteralmente il taxi saltando tutta la fila. Il mio stupore è stato talmente grande che non ho avuto la forza di sottolineare con un epiteto il comportamento scorretto.

A voi le conclusioni: lo so che questo mio resoconto di viaggio appare un po' provincialotto, sommario, tipico dell'italiano che va all'estero, però ho provato ad immaginare quel tipo di organizzazione importata nel nostro paese, soprattutto dinanzi ad un cartello nel quale veniva descritta dettagliatamente la modalità di sgombro del quartiere in caso di calamità naturale. Venivano fissate le aree di evacuazione, i centri di raccolta, le vie di fuga...

Ho immaginato lo stesso schema applicato in un circoscrizione romana o in una zona milanese. La scelta delle vie di fuga o la scelta dei centri di raccolta potrebbe durare decenni e dovrebbe rispettare le diverse sensibilità ed essere equamente distribuita tra centrodestra e centrosinistra, tenendo conto anche dei partiti piccoli che garantiscono la democrazia nel nostro Paese, ottenendo il risultato che, in caso di calamità, ognuno farebbe la prima cosa che gli salta in mente per poi, al momento opportuno, inveire contro la Protezione Civile. Insomma, sono tornato a Roma volentieri, disordinata e caotica ma quell'ordine tecnologico l'ho trovato vagamente oppressivo. Luigi Crespi

 

 

 

Commenti (1) >>
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scritto da francesco vincenzo, dicembre 06, 2007

Ho trovato estremamente divertente e per niente provinciale questa descrizione di un mondo che ha radici antiche, discipline che hanno il tempo dei samurai e tecnologie che vogliono superare - a modo loro - il benessere occidentale. Fenomeni che spesso spariscono appena i giapponesi escono fuori dal loro Paese e respirano quella "libertà" che fa anche tanto "disordine". Gli esempi delle sigarette e del tipo che salta la fila e ti frega il taxi sono indicativi, di questa sensazione di "libertà" per chi esce da una vita organizzata in tutti i dettagli, come quella giapponese. Organizzazione che limita la fantasia, quella capacità tutta italiana del "creare", anche se ci fa sempre lamentare del come siamo.

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