| E’ la deriva dell’Italia che alimenta l’anti-politica |
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| 12/12/2007 | |
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12 dic. – di Marco Lampasona - Le condizioni economiche e sociali del nostro Paese sono come quelle di una nave in balia delle onde ed in procinto di affondare: con l’unica differenza che tutto l’equipaggio, ivi compreso il comandante, purtroppo, e a differenza di quanto accadrebbe in mare, ha per tempo calato la scialuppa mettendosi in salvo.
Ci fosse uno solo che parlasse di misure correttive per ristabilire il potere d’acquisto delle famiglie italiane, o di interventi per rendere competitivo il nostro sistema produttivo, o ancora per migliorare la qualità della formazione universitaria, o per completare l’infrastrutturazione del Paese, o per ridurre le importazioni di energia dall’estero, e cosi via. Siamo un Paese in cui spesso ci si ritrova ad essere d’accordo con la Littizzetto e Crozza piuttosto che con Prodi & Company. Giustamente la comica torinese, nella trasmissione di Fazio “Che tempo che fa”, raccontava come anche il suo cane, quando fa una cazzata, si mette sotto l’armadio con la coda in mezzo alle gambe e le orecchie calate. I nostri politici possono fare e disfare quello che vogliono, inanellando spesso fallimenti, non schiodandosi nemmeno per sogno dalle loro postazione di comando. A 60 anni dalla Costituzione della Repubblica Italiana non è stata risolta la prima questione che compete a qualsiasi classe politica degna di questo nome: rendere governabile il Paese. I nostri politici hanno optato strategicamente per l’ingovernabilità. Se c’è una Finanziaria emendata 2.800 volte dalla stessa maggioranza, vorrà pure dire che qualcosa non funziona? Se c’è un emendamento approvato al Senato che abroga il riordino dei Ministeri voluto due anni or sono dal Governo Prodi, vorrà dire che questo Esecutivo ha sbagliato quella riorganizzazione? E quindi che accade? Nulla! Avete visto mai un politico dimettersi? Ma ritorniamo sul terreno dell’economia, che più angoscia gli italiani. Tutti i politici concordano sul fatto che un Governo poco può fare per contrastare una recessione; così come poco può fare per rafforzare un processo di espansione. Ma allora, verrebbe spontaneo chiedersi, che cosa è la politica, e a cosa serve ? Sembra quasi, a pensarla come loro, che politica ed economia viaggino su due binari paralleli. Che cosa può fare, d’altronde, il Governo Italiano se il petrolio schizza alle stelle contribuendo al caro vita ? E ancora, come difendersi dalla concorrenza dell’economie emergenti che vendono i nostri stessi prodotti a metà prezzo ? E infine, come essere competitivi all’estero con l’euro che vale più del dollaro? Qualche politico a cui sono state poste queste domande, oltre a manifestare un senso di estraneità ai problemi sopra riportati, ha candidamente risposto che è tutta colpa della globalizzazione. Ma non diciamo sciocchezze; la responsabilità è prevalentemente loro. Facciamo qualche esempio concreto : sul petrolio, per esempio, avrebbero potuto evitare di porre requisiti referendari ingannevoli che portarono alla chiusura delle centrali nucleari quando l’Italia era in una posizione di leadership internazionale. Si sarebbe ridotta la dipendenza dal petrolio e dagli altri Paesi, ed oggi, non solo non pagheremmo l’energia il 60% in più dei nostri amici europei, ma forse avremmo potuto esportare energia piuttosto che importarne l’84% del nostro fabbisogno di cui, una buona parte ,dalle centrali nucleari della confinante Francia. Per quanto riguarda la competitività del nostro sistema produttivo avrebbero dovuto comprendere, i nostri politici, che l’economia italiana non può concorrere su produzioni che richiedono grande intensità di manodopera ma solo su nicchie di mercato ad alto valore aggiunto. Quindi, per esempio, si sarebbe dovuta finanziare l’innovazione tecnologica, sostenere la spesa in ricerca applicata, assicurare la collaborazione tra università e imprese. Guardate il dato della spesa pubblica in ricerca e sviluppo rispetto al PIL e vi renderete conto di come i Governi che si sono succeduti se ne sono altamente disinteressati. Il problema della competitività, a mio modesto avviso, non è da imputare in via esclusiva all’euro; questo, semmai, ha solo messo in risalto la debolezza del nostro sistema produttivo.Senza parlare poi degli interventi che si sarebbero potuti fare a costi zero e che nulla hanno a che vedere con la globalizzazione : semplificazione amministrativa, snellimento burocratico, riforma dei procedimenti giudiziari, semplificazione legislativa, etc. Qualche giorno fa, persino il Prof. Tremonti, le cui competenze non sono messe in discussione, mi ha fatto rimanere a bocca aperta; egli ha dichiarato, rispondendo a una domanda di Fabio Fazio, che l’intervento più importante che ha fatto da Ministro dell’Economia è stato il 5 per mille. Con tutto il rispetto per il volontariato, e per il 5 per mille che certamente rappresenta il primo intervento serio di democrazia fiscale nel nostro Paese, ma non è pensabile che questa sia la mossa più importate di un Ministro dell’Economia. Vogliamo una politica che ritorni a parlare dei problemi veri degli italiani e non solo delle questioni che attengono alla cadrega, che proponga soluzioni e non che ribalti responsabilità, che sappia ascoltare e non solo blaterare, che sia decisionista e nel contempo responsabile delle scelte assunte. Gradiremmo che al primo punto dell’agenda politica ci fossero i problemi economici e sociali del Paese e non le beghe interne dei partiti. Il sentimento dell’antipolitica è una logica al massacro dove perde la politica e straperde la gente comune. Con grande senso civico e rispetto per le istituzioni dobbiamo invece pretendere una politica migliore e all’altezza delle nostre esigenze. Esiste una generazione di giovani che ha voglia di impegnarsi, che sogna di contribuire al miglioramento delle condizioni socio economiche dell’Italia, che deve essere valorizzata in quanto risorsa e non trattata come se fosse un’emergenza sociale per il Paese. Perché non pensare ad una legge che introduca nel nostro Paese le quote-giovani? Sarebbe una grande novità, un modo per favorire la partecipazione attiva dei giovani alla politica, una possibilità di fornire un impulso a questo Paese che sembra fermo sulle gambe. Marco Lampasona scritto da ASSO, dicembre 12, 2007 ... mi sembri molto pessimista, e forse ne hai le ragioni, ma la questione è nelle possibilità che "questi" riuscirannoa dare al ns futuro. vuoi un nome di un politico che si è dimesso? Francesco Storace, non tutti sono uguali. |
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