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Ultimo aggiornamento: 16.05.2008 ore 09:48
GLOBALIZZAZIONE RESPONSABILE ED EQUITA' SOCIALE I PILASTRI DEL 3° MILLENNIO Stampa E-mail
21/03/2008

21 Mar. - di Marco Lampasona. - Negli ultimi sette anni i mercati, soprattutto quello americano, sono stati “dopati” dalla finanza; un doping che ha cercato di contrastare un periodo di forte recessione rivitalizzando la domanda, e facendoci vivere, molto spesso, al di sopra delle nostre possibilità.

globalizzazione_02_280x200.jpgPurtroppo si è trattato di perfomance economiche falsate di cui oggi scontiamo gli effetti reali. Non si può vivere al di sopra dei propri mezzi, insegna fin dall’infanzia ai propri figli un buon padre di famiglia. Ed è esattamente quello che è avvenuto. Una domanda sostenuta dalla finanza e non dall’effettiva ricchezza ha, dapprima prestato il fianco a speculazioni di ogni genere, per poi scaricare tutti i suoi effetti sull’economia reale.
La finanza è uno strumento che, se adoperato con responsabilità, può contribuire a supportare temporaneamente economie stagnanti; non è certo da considerarsi la soluzione di tutti i mali semmai al contrario, se mal utilizzato, può moltiplicare i problemi rendendoli più consistenti in termini di entità e di platea di soggetti coinvolti.
La crisi dei mercati finanziari, d’altronde, è anticipatrice di quella economica. E cosi, a distanza di quasi otto mesi dalla crisi di liquidità causata dai mutui subprime, le economie internazionali stanno iniziando a vacillare.
Si assiste quasi ad un effetto domino che parte dagli Stati Uniti, attraversa l’Oceano, fino ad arrivare nel Vecchio Continente.
Lo scenario che si presenta è quello di un nuovo ciclo economico in cui coesiste bassa crescita da un lato, e prezzi alla produzione e al consumo al rialzo dall’altro. Un mix di componenti che, di fatto, colpisce in via prioritaria le classi meno abbienti determinando una crescita della povertà relativa, e che rischia con buone probabilità di coinvolgere la media borghesia.
Ma la vera novità di tale quadro congiunturale è costituita dal fatto che gli elementi su cui intervenire per invertire l’attuale ciclo sono, nella stragrande maggioranza dei casi, sovraordinati alle competenze istituzionali dei singoli Stati.
Poche volte nella storia una crisi economica ha interessato trasversalmente tante nazioni senza che nessuna di queste, singolarmente, sia nelle condizioni di muovere le leve della ripresa.
Il dollaro debole, la crisi di liquidità dei mercati, i prezzi delle materie prime alle stelle, l’apprezzamento dell’euro, i record del petrolio sono alcuni dei principali effetti di una globalizzazione affrontata in maniera poco responsabile e con un livello di organizzazione non adeguato.
L’integrazione tra le economie è un “processo” , e come tale doveva essere governato.
Una governance che avrebbe dovuto privilegiare la sostenibilità economica piuttosto che le speculazioni finanziarie, il benessere sociale diffuso piuttosto che l’arricchimento di pochi.
Purtroppo, invece, si è lasciato fare ai mercati in maniera incondizionata, e questi sono stati abilissimi a sfruttarne i vantaggi scaricando gli effetti negativi sulla gente comune e sul prossimo.
Serviranno, verosimilmente, politiche anticicliche integrate in grado di agire sulle leve valutarie e su quelle monetarie. Sarà necessario, altresì, introdurre forme protezionistiche là dove e fintantoché vi saranno mercati non omogenei tra loro.
Servirà soprattutto una politica internazionale socialmente responsabile che tuteli i consumatori finali nel medio e lungo termine.
Per quanto riguarda l’Italia, dobbiamo essere consapevoli che la dimensione minima per affrontare tali problematiche è certamente quella europea.
L’unione economica e monetaria sancita dal Trattato di Maastricht è ancora, per molti aspetti, da completare. Il quadro europeo è contraddistinto, infatti, da una forte contrapposizione determinata da una moneta unica, garanzia della stabilità monetaria, che circola però in 27 economie differenti.
Tutto questo crea scompensi, squilibri e divari nelle dinamiche di sviluppo. La coesione europea deve essere un obiettivo, non uno strumento tramite il quale spendere parte del bilancio europeo. Occorre lavorare per armonizzare le politiche fiscali dei Paesi dell’UE, i servizi alle imprese, la formazione, e quant’altro possa garantire una vera coesione economica.
Nessuna politica monetaria, d’altronde, potrà essere efficace senza che vi sia un’omogeneità complessiva. Il sistema imprenditoriale italiano, ad esempio, con una valuta così apprezzata e con un’imposizione fiscale così gravosa, ha certamente difficoltà maggiori rispetto a quello tedesco. La globalizzazione ha, di fatto, messo fuori gioco i singoli Stati che hanno, peraltro, giocato male il loro ruolo nell’ambito delle organizzazioni istituzionalmente competenti in campo europeo ed internazionale.
Oggi il tema economico è spesso adoperato nei dibattiti nazionali ai soli fini strumentali ed elettorali. Sarebbe opportuno che la politica iniziasse ad intervenire principalmente là dove esercita realmente una competenza diretta: la qualità delle leggi, i servizi resi alla comunità, le liberalizzazioni, il welfare, la qualità dell’istruzione, la semplificazione amministrativa, la tenuta dei conti, la differenziazione salariale, la ridistribuzione dei redditi, sono alcuni degli aspetti su cui ci attendiamo molto dal prossimo Governo.
Lasciamo al mercato svolgere la sua azione e pretendiamo semmai senso di responsabilità da parte delle organizzazione governative e non a cui è demandata la governance della globalizzazione. Equità sociale e sostenibilità ambientale dovranno essere i pilastri su cui fondare lo sviluppo del terzo millennio.
Una globalizzazione responsabile è l’impegno concreto di cui vorremmo si facesse carico l’intera classe politica internazionale. - Marco Lampasona
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