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Clandestinoweb
Ultimo aggiornamento: 16.05.2008 ore 09:48
Italia a 2 velocità: il sud ha una ricchezza pari al 60% di quella del centro-nord Stampa E-mail
17/09/2007
Marco Lampasona
Tutti i governi che si sono succeduti hanno posto al centro dei loro programmi "elettorali" il Sud del Paese. Ancora oggi, però, il Mezzogiorno ha una ricchezza pari al 60 % di quella del centro nord.

marco.jpgIl recente intervento del Governatore della Banca D'Italia, sull'importanza del Mezzogiorno per una crescita robusta e duratura dell'intero Paese, solleva una questione che affonda le sue radici nell'immediato dopoguerra. Tutti i governi che si sono succeduti hanno posto al centro dei loro programmi "elettorali" quest'area del Paese. Ancora oggi, però, il Mezzogiorno ha una ricchezza pari al 60 % di quella del centro nord e l'ultimo DPEF non fa altro che certificare il fallimento della politica economica fin qui condotta.

Se il Mezzogiorno crescesse a circa il 4% annuo, ipotesi mai verificatasi fino ad oggi, e con un ritmo doppio rispetto a quello del resto del Paese, l'aggancio con il Centro Nord potrebbe avvenire tra circa 40 anni. Questo, purtroppo, è il risultato di circa 50 anni di intervento straordinario e di 15 anni di programmi comunitari nel Meridione; questo è il risultato, di circa 200 miliardi di euro piovuti al SUD dal 1950 ai nostri giorni.

L'opinione pubblica dovrebbe gridare allo scandalo non tanto per le notti brave di sesso, coca e rock and roll dell'On. Mele, piuttosto per i fallimenti reiterati che la classe politica ha conseguito e consegue nel Mezzogiorno; un'area che continua ad essere segnata dalla piaga dell'emigrazione, ad avere infrastrutture sottodimensionate rispetto ai reali fabbisogni e a possedere una ricchezza pro capite pari a circa la metà di quella del Centro Nord.

Dati, questi ultimi, certificati con un pizzico di sfrontatezza dall'ultimo DPEF che testualmente recita ": "In Italia permangono livelli assai differenziati di sviluppo territoriale. Nel Centro Nord è elevato il prodotto per abitante, mentre nel Mezzogiorno è inferiore alla media nazionale così come è ridotta la disponibilità di infrastrutture e servizi..."

E quale strategia adotta il Governo Prodi per invertire questa tendenza che prosegue da mezzo secolo? L'esecutivo propone la sola ricetta dei quattrini, cento miliardi per il prossimo settennio, come se la lezione non fosse servita a nulla.

Piuttosto che analizzare, non dico le responsabilità, ma quanto meno le cause che hanno condotto al fallimento della politica economica nel Mezzogiorno, si insiste ancora con la pantomima delle risorse. E' un vecchio giochetto quelle delle risorse, nel quale l'opinione pubblica e i governi regionali sono cascati per decenni: il Governo Centrale assegna denaro, accontentando tutti, tanto sa perfettamente che la spesa segue un'altra via.

Le Regioni meridionali, nel frattempo, oltre ad incrementare il divario con il Centro Nord iniziano anche ad arretrare rispetto alle stesse Regioni obiettivo 1 dell'UE a 25; nel periodo 2000-2004, infatti, la crescita media annua del Mezzogiorno è stata otto volte inferiore a quella media delle Regioni Obiettivo 1 dell'UE; gli investimenti esteri attratti sono stati di 13 euro per abitante contro i 500 euro procapite di Paesi come Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia. Qualsiasi confronto si faccia sulle principali variabili economiche (export, spesa in ricerca, spesa in formazione) evidenzia la marginalità delle nostre regioni meridionali rispetto alle stesse aree deboli dell'Unione Europea.

Il DPEF, che in teoria dovrebbe fissare le linee strategiche dell'economia, poco ci dice sulla politica economica che il Governo intende perseguire per il rilancio del SUD; vi è un rimando al Quadro Strategico Nazionale e alle risorse stanziate, ma di sostanza se ne vede poca. A che serve allora questo documento, oltre che a rappresentarci impietosamente il quadro congiunturale della nostra economia, e a certificarci i fallimenti della politica economica fin qui condotta ?

Per produrre ricchezza non basta stanziare risorse, anzi a volte è controproducente, serve una strategia, servono meccanismi attuativi sostenibili che consentono di produrre spesa e quindi ricchezza; per anni ci hanno infinocchiato con la grande quantità di risorse destinate al SUD salvo poi scoprire, analizzando i dati, che l'effetto sulla spesa è stato sempre molto al di sotto degli obiettivi programmatici; e' stato come dare del pane duro ad un neonato!

Siamo stanchi che a distanza di tanti anni ancora si continui a parlare di questione meridionale e che esistano, bontà loro, i meridionalisti.

Sarebbe ora che qualcuno capisse che per risollevare le sorti di questo Paese, il Mezzogiorno è da considerarsi un'opportunità da valorizzare non un peso morto da trascinare. Non dobbiamo inventarci nulla per consentire il pieno sviluppo di tale area, basterebbe analizzare gli errori fatti e le strategie di aree che hanno saputo, in breve tempo, rilanciare la loro economia; si veda, per esempio, il caso dell'Irlanda che nel giro di un quindicennio, attraverso un mix di riduzione di tasse, di investimenti in formazione/ricerca e di snellimento della macchina burocratica, ha saputo raggiungere risultati economici considerevoli.

Da molto tempo i maggiori economisti hanno riconosciuto che povertà o ricchezza di una popolazione non dipendono dalle risorse disponibili o dalle circostanze, ma dalla qualità degli uomini che le gestiscono. La qualità del fattore umano è, infatti, condizione imprescindibile nella definizione delle strategie, nella generazione di progetti, nella condivisione di obiettivi, nella crescita di un paese. L'economista inglese Marshall, da non confondere con il generale americano cui è riferito l'omonimo piano di aiuti per la ricostruzione dell'Europa dopo la seconda guerra mondiale, soleva dire a riguardo : "anche se tutte le conquiste prodotte dall'umanità andassero distrutte ma si salvassero le idee che le hanno rese possibili, il mondo potrebbe tornare rapidamente al precedente livello di benessere".

L'invito che vorrei fare ai politici e a tutte le parti sociali è quello di avviare un dibattito serio su come immaginano il nostro Paese ed il Mezzogiorno tra dieci anni, su quali strategie vorranno adottare per riuscire ad essere competitivi. Certo, i segnali che ci provengono non sono incoraggianti, dal momento che i dibattiti sono incentrati su legge elettorale, antidoping per i deputati, primarie e grandi coalizioni.

Iniziamo a pretendere segnali concreti, senso di responsabilità, quel senso per cui ogni politico/manager pubblico rassegni le dimissioni non quando la notte fa quello che più gli aggrada, ma quando non raggiunge i risultati per cui è stato votato/nominato. Il cambiamento ci sarà se ognuno di noi parteciperà attivamente alla vita sociale e politica di questo paese, ancora oggi rappresentato, purtroppo, da persone che farebbero bene ad andare in pensione. Basterebbe estendere l'esodo di cui si parla in questi giorni oltre ai funzionari della pubblica amministrazione anche a molti politici.

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