Marco Lampasona
Tutti i governi
che si sono succeduti hanno posto al centro dei loro programmi "elettorali" il Sud del Paese. Ancora oggi, però, il Mezzogiorno ha una ricchezza pari
al 60 % di quella del centro nord.
Il
recente intervento del Governatore della Banca D'Italia, sull'importanza del
Mezzogiorno per una crescita robusta e duratura dell'intero Paese, solleva una
questione che affonda le sue radici nell'immediato dopoguerra. Tutti i governi
che si sono succeduti hanno posto al centro dei loro programmi "elettorali"
quest'area del Paese. Ancora oggi, però, il Mezzogiorno ha una ricchezza pari
al 60 % di quella del centro nord e l'ultimo DPEF non fa altro che certificare
il fallimento della politica economica fin qui condotta.
Se il Mezzogiorno crescesse a
circa il 4% annuo, ipotesi mai verificatasi fino ad oggi, e con un ritmo doppio
rispetto a quello del resto del Paese, l'aggancio con il Centro Nord potrebbe
avvenire tra circa 40 anni. Questo, purtroppo, è il risultato di circa 50 anni
di intervento straordinario e di 15 anni di programmi comunitari nel Meridione;
questo è il risultato, di circa 200 miliardi di euro piovuti al SUD dal 1950 ai
nostri giorni.
L'opinione pubblica dovrebbe
gridare allo scandalo non tanto per le notti brave di sesso, coca e rock and
roll dell'On. Mele, piuttosto per i fallimenti reiterati che la classe politica
ha conseguito e consegue nel Mezzogiorno; un'area che continua ad essere
segnata dalla piaga dell'emigrazione, ad avere infrastrutture sottodimensionate
rispetto ai reali fabbisogni e a possedere una ricchezza pro capite pari a
circa la metà di quella del Centro Nord.
Dati, questi ultimi, certificati
con un pizzico di sfrontatezza dall'ultimo DPEF che testualmente recita ": "In Italia permangono livelli assai
differenziati di sviluppo territoriale. Nel Centro Nord è elevato il prodotto
per abitante, mentre nel Mezzogiorno è inferiore alla media nazionale così come
è ridotta la disponibilità di infrastrutture e servizi..."
E quale strategia adotta il
Governo Prodi per invertire questa tendenza che prosegue da mezzo secolo? L'esecutivo propone la sola
ricetta dei quattrini, cento miliardi per il prossimo settennio, come se la
lezione non fosse servita a nulla.
Piuttosto che analizzare, non
dico le responsabilità, ma quanto meno le cause che hanno condotto al
fallimento della politica economica nel Mezzogiorno, si insiste ancora con la
pantomima delle risorse. E' un vecchio giochetto quelle delle risorse, nel
quale l'opinione pubblica e i governi regionali sono cascati per decenni: il
Governo Centrale assegna denaro, accontentando tutti, tanto sa perfettamente
che la spesa segue un'altra via.
Le Regioni meridionali, nel
frattempo, oltre ad incrementare il divario con il Centro Nord iniziano anche
ad arretrare rispetto alle stesse Regioni obiettivo 1 dell'UE a 25; nel periodo
2000-2004, infatti, la crescita media annua del Mezzogiorno è stata otto volte
inferiore a quella media delle Regioni Obiettivo 1 dell'UE; gli investimenti
esteri attratti sono stati di 13 euro per abitante contro i 500 euro procapite
di Paesi come Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia. Qualsiasi
confronto si faccia sulle principali variabili economiche (export, spesa in
ricerca, spesa in formazione) evidenzia la marginalità delle nostre regioni
meridionali rispetto alle stesse aree deboli dell'Unione Europea.
Il DPEF, che in teoria dovrebbe
fissare le linee strategiche dell'economia, poco ci dice sulla politica
economica che il Governo intende perseguire per il rilancio del SUD; vi è un
rimando al Quadro Strategico Nazionale e alle risorse stanziate, ma di sostanza
se ne vede poca. A che serve allora questo documento, oltre che a
rappresentarci impietosamente il quadro congiunturale della nostra economia, e
a certificarci i fallimenti della politica economica fin qui condotta ?
Per produrre ricchezza non basta
stanziare risorse, anzi a volte è controproducente, serve una strategia,
servono meccanismi attuativi sostenibili che consentono di produrre spesa e
quindi ricchezza; per anni ci hanno infinocchiato con la grande quantità di
risorse destinate al SUD salvo poi scoprire, analizzando i dati, che l'effetto
sulla spesa è stato sempre molto al di sotto degli obiettivi programmatici; e'
stato come dare del pane duro ad un neonato!
Siamo stanchi che a distanza di
tanti anni ancora si continui a parlare di questione meridionale e che
esistano, bontà loro, i meridionalisti.
Sarebbe ora che qualcuno capisse
che per risollevare le sorti di questo Paese, il Mezzogiorno è da considerarsi
un'opportunità da valorizzare non un peso morto da trascinare. Non dobbiamo
inventarci nulla per consentire il pieno sviluppo di tale area, basterebbe
analizzare gli errori fatti e le strategie di aree che hanno saputo, in breve
tempo, rilanciare la loro economia; si veda, per esempio, il caso dell'Irlanda
che nel giro di un quindicennio, attraverso un mix di riduzione di tasse, di
investimenti in formazione/ricerca e di snellimento della macchina burocratica,
ha saputo raggiungere risultati economici considerevoli.
Da molto tempo i maggiori
economisti hanno riconosciuto che povertà o ricchezza di una popolazione non
dipendono dalle risorse disponibili o dalle circostanze, ma dalla qualità degli
uomini che le gestiscono. La qualità del fattore umano è, infatti, condizione
imprescindibile nella definizione delle strategie, nella generazione di
progetti, nella condivisione di obiettivi, nella crescita di un paese. L'economista
inglese Marshall, da non confondere con il generale americano cui è riferito
l'omonimo piano di aiuti per la ricostruzione dell'Europa dopo la seconda
guerra mondiale, soleva dire a riguardo : "anche se tutte le conquiste prodotte
dall'umanità andassero distrutte ma si salvassero le idee che le hanno rese
possibili, il mondo potrebbe tornare rapidamente al precedente livello di
benessere".
L'invito che vorrei fare ai
politici e a tutte le parti sociali è quello di avviare un dibattito serio su
come immaginano il nostro Paese ed il Mezzogiorno tra dieci anni, su quali
strategie vorranno adottare per riuscire ad essere competitivi. Certo, i
segnali che ci provengono non sono incoraggianti, dal momento che i dibattiti
sono incentrati su legge elettorale, antidoping per i deputati, primarie e grandi
coalizioni.
Iniziamo a pretendere segnali
concreti, senso di responsabilità, quel senso per cui ogni politico/manager
pubblico rassegni le dimissioni non quando la notte fa quello che più gli
aggrada, ma quando non raggiunge i risultati per cui è stato votato/nominato.
Il cambiamento ci sarà se ognuno di noi parteciperà attivamente alla vita
sociale e politica di questo paese, ancora oggi rappresentato, purtroppo, da
persone che farebbero bene ad andare in pensione. Basterebbe estendere l'esodo
di cui si parla in questi giorni oltre ai funzionari della pubblica
amministrazione anche a molti politici.
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