| 10 lavoratori su 100 sono PRECARI. (rapporto Isfol) |
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| 21/11/2007 | |
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21 Nov. - Anche se nel 2007 è stata superata la soglia dei 23 milioni
di occupati il Rapporto ISFOL segnala, che il lavoro dipendente a termine, nelle sue molteplici
forme (contratto a tempo determinato, apprendistato, interinale) riguarda quasi
10 lavoratori su 100.
L'incremento su base annua è pari a quasi il 2%. Il tasso di disoccupazione si è contratto al 6%, con una contestuale diminuzione anche di disoccupati di lunga durata. Da evidenziare, il tasso di disoccupazione giovanile, che subisce una flessione del 2,4% rispetto al 2005. Il rapporto segnala, poi, che il lavoro dipendente a termine, nelle sue molteplici forme (contratto a tempo determinato, apprendistato, interinale) riguarda quasi 10 lavoratori su 100. Più contenuta la quota dei collaboratori (Co.co.co., a progetto, occasionali) pari complessivamente al 5,7%. Il lavoro atipico riguarda quindi tra i 3,5 e i 4,5 milioni di lavoratori. La metà dei nuovi posti di lavoro è a termine (+9,7% rispetto al 2005): il 7,2% è rappresentato da contratti di collaborazione a progetto, mentre il 15,5%, dalle prestazioni autonome occasionali. Tra le ombre, invece, del nostro mercato del lavoro, una partecipazione delle donne ancora in stand by e il forte squilibrio territoriale: nel Nord tiene l'occupazione manifatturiera e la forte espansione del terziario alimenta la domanda di lavoro, mentre nel Mezzogiorno si registra una preoccupante flessione dei tassi di partecipazione al lavoro, già peraltro ai minimi europei. E dall'Europa, attenzione puntata su flessibilità, sicurezza e salute dei lavoratori e sicurezza nei luoghi di lavoro. È questa, in sintesi, la diapositiva, in chiaro scuro, del mercato del lavoro nel Belpaese, scattata dall'Isfol, nel Rapporto 2007 presentato dal presidente Sergio Trevisanato.
Dal rapporto emerge una discrasia tra domanda e offerta di lavoro, soprattutto in quei segmenti della popolazione - donne e over 55 anni in primis - per i quali, anche in linea con gli obiettivi di Lisbona, si auspicherebbe un incremento dei tassi di attività. Sul fronte della «qualità» della crescita economica del Belpaese, il rapporto sottolinea come i lavori siano sempre più meno conformi alle aspettative degli individui, sia per la qualità del lavoro disponibile per i nuovi entrati sia per le prassi selettive. Le scarse prospettive di carriera rappresentano il principale fattore di scoraggiamento sul fronte lavorativo: il 57%, infatti, dei lavoratori dipendenti lo segnala come prima criticità, ben superiore all'insoddisfazione per le scarse retribuzioni ritenute insufficienti o alla sempre maggiore precarietà del lavoro. Fa riflettere il dato che quasi il 20% degli occupati ritenga di svolgere mansioni che utilizzano solo parzialmente le loro competenze professionali.
Attenzione, poi, sottolinea il rapporto, alla modalità di ingresso al lavoro che, oggi più che in passato, si configura come un susseguirsi di diverse e disomogenee esperienze lavorative. Appare problematico, poi, non solo il primo inserimento al lavoro, ma anche il ritorno a un impiego dopo i periodi di maternità: una donna su nove vi rinuncia per l'impossibilità di conciliare lavoro e cura dei familiari. Non solo. Meno del 37% delle donne entra nel mondo del lavoro con un rapporto permanente: la maggior parte del part time, quindi, è di natura involontaria e i differenziali salariali di genere, su base annua, sono del 25%.
Tra le iniziative da intraprendere per contrastare le criticità del nostro mercato del lavoro, la ricetta dell'Isfol è migliorare la coerenza e l'adattabilità reciproca tra domanda e offerta di lavoro. Soprattutto sfruttando al meglio le potenzialità del sistema dei servizi per l'impiego. Inoltre, un funzionamento più fluido e trasparente del nostro mercato del lavoro passa anche attraverso la conciliazione fra competitività e meriti e l'equità dell'accesso alle opportunità. Ma su tutti, prioritario, è investire nella sicurezza del lavoro e nel contrasto del lavoro irregolare. Vittime non uniche, ma certo non secondarie di tali distorsioni sono i lavoratori stranieri, quasi 3 milioni, che rappresentano il 5% della popolazione, e sui cui l'Italia, come altri Paesi europei, è chiamata a garantire precise tutele. (Il sole 24 Ore)
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