| 23° settimana il limite per la rianimazione neonatale |
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| 03/12/2007 | |
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4 Dic. - Neonatologi, ginecologi, medici
legali stanno cercando di stilare un documento nazionale che riguarda la rianimazione dei neonati prematuri e che tenga conto dell'estrema imprevedibilità di ogni singola situazione.
Non deve scendere al di sotto delle 23 settimane l'asticella
della vita. Tranne che in situazioni eccezionali, la rianimazione di creature
così piccole non è indicata. Diverso invece l'intervento su un bambino che
nasce dopo 24 e 25 settimane di gestazione: sì alla terapia intensiva
continuata. Parte da qui la discussione sulle cure per i prematuri di peso estremamente
basso - 22-25 settimane - che condurrà a un documento nazionale. Gli esperti
della medicina perinatale si vogliono dare un indirizzo a sostegno di decisioni
difficili nelle ore immediatamente successive al parto.
Il punto di partenza è la Carta di Firenze, elaborata nel 2004 da un gruppo
coordinato dal professor Gianpaolo Donzelli, neonatologo dell'ospedale
pediatrico Meyer.
Il ministro della Salute Livia Turco alcuni mesi fa ha
nominato una commissione per aggiornarla, dopo la vicenda del bambino destinato
all'aborto terapeutico, nato sano anziché con atresia all'esofago, morto pochi
giorni dopo un'inutile assistenza straordinaria. Molti Paesi, soprattutto
quelli nordici, non solo l'Olanda (la più rigida) hanno individuato uno
spartiacque, una linea di confine. L'Italia non ancora perché, come dice
Donzelli «la nostra realtà è particolare, non siamo calvinisti né protestanti,
bisogna giungere a compromessi». Da noi prevale un'attitudine alla
rianimazione.
Parliamo di bambini partoriti con ampio anticipo, ben
quattro mesi e mezzo prima di quanto sia previsto per l'uomo, sui quali pesa
una prognosi incerta. Oggi le tecniche impiegate per supportare le funzioni
vitali si sono evolute a tal punto da consentire il «superamento dei limiti
dell'agire medico» che può configurarsi come accanimento. Ci sono casi invece
che suggerirebbero un'assistenza amorevole, palliativa, senza forzature.
La discussione è all'inizio. Neonatologi, ginecologi, medici
legali cercano una condivisione per arrivare a posizioni di massima che tengano
conto dell'estrema imprevedibilità di ogni singola situazione. Si vanno
delineando delle «attitudini» nella sostanza non molto distanti dalla Carta di
Firenze. A 22 settimane solo palliazione.
A 23 la rianimazione non sarebbe in genere
opportuna salvo i casi in cui il bambino mostri segni di vitalità (respiro,
attività cardiaca, movimento). A 24 settimane «il trattamento intensivo è
sempre indicato», a 25 occorrono cure intensive. Un nuovo confronto su questi
temi si è svolto a Padova, nel convegno su etica in neonatologia organizzato
dall'Università. Claudio Fabris, presidente della società italiana di
neonatologia, è contrario a distinzioni nette: «Non dobbiamo basarci su una
valutazione statistica, ma sulla prognosi individuale. I genitori vanno
coinvolti senza che però gravi su di loro il peso delle decisioni, sempre di
carattere medico. Ogni bimbo ha una sua storia, una sua famiglia. Le scelte
dipendono da dati ecografici, per definire l'esatta età gestazionale, dalla
vitalità al momento del parto Non siamo notai».
Contrario alle raccomandazioni Mario De Curtis, primario
neonatologo del Policlinico Umberto I: «Non si è mai sicuri dell'età
gestazionale né si può prendere in pochi attimi la decisione di assistere un
neonato che, per la sua fragilità può essere poco reattivo. Ai danni
dell'estrema prematurità possono aggiungersi quelli della mancata rianimazione.
Ritengo necessario scegliere solo dopo aver avviato la terapia intensiva».
All'Umberto I negli ultimi tre anni sono nati 26 bambini sotto le 25 settimane.
Dei 14 rimasti in ospedale (altri dodici sono stati trasferiti a causa
dell'insufficiente ricettività delle Unità di rianimazione), sei sono
sopravvissuti (fra loro nessuno di 22) e sono in buone condizioni. Al Careggi di
Firenze, nel centro di Firmino Rubaltelli, dal 2004 al 2007, ricoverati in
terapia intensiva 67 bambini di 23-25 settimane, sopravvivenza del 60%.
(Corriere della Sera)
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