| 42.000 bocciati al concorso per magistrati, impariamo "l'itagliano" |
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| 08/01/2008 | |
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8 gen - di Francesco Fusco. Quarantaduemila bocciati al concorso per magistrati, una bacchettata sulle dita degli ignoranti:
“Impariamo l’Itagliano”.
"La conoscenza della lingua italiana è una pre-condizione per partecipare al concorso, ma alcuni candidati non ce l'avevano".
"Ci siamo trovati a fare la disarmante constatazione che in alcune prove c'erano errori di grammatica e di ortografia, oltre che di forma espositiva, testimonianze evidenti di una
mancanza formativa, che non è emendabile". Parole di uno dei componenti della commissione d'esame del concorso per l’accesso in magistratura, il giudice della Corte d'appello di Palermo Matteo Frasca, che ha espresso "non poche perplessità sul livello medio di preparazione dei partecipanti", in un intervento pubblicato sul sito del Movimento per la Giustizia. "Non faccio esempi per ragioni di riservatezza" ha chiarito Frasca, "posso dire solo che se il mio maestro delle elementari avesse visto in un mio compito verbi coniugati come in certe prove che ci sono state consegnate, mi avrebbe dato una bacchettata sulle dita".
E così il concorso che ha visto 43mila domande, non ha potuto colmare la quantità di posti, 380 , da assegnare e ha potuto promuovere soltanto 322 candidati, 58 in meno di quelli previsti!
Perché ce ne occupiamo? Non per rievocare i condizionali scambiati per congiuntivi dell’ex-magistrato oggi ministro, famoso anche per i suoi “che ci azzecca”, e che ha trovato migliaia di emuli fra i concorrenti speranzosi che il loro italiano assomigliando a quello del buon Tonino avrebbe dato loro una possibilità in più di vincere, ma per fare un discorso sulla nostra scuola.
A cominciare dalle elementari per finire all’università, perché la maggior parte dei candidati non era costituita da semplici neo-laureati, ma da avvocati, giudici onorari, funzionari della pubblica amministrazione, titolari di dottorati di ricerca e di specializzazioni giuridiche.
Molti saranno stati bocciati per un deficit di conoscenza giuridica, di norme o regolamenti, ma tantissimi, stando alle parole del giudice Frasca per l’assoluta ignoranza della nostra lingua, quella che dovrebbe consentire di comprendere perfettamente innanzitutto ciò che si legge o si ascolta - verbali, interrogatori, leggi e norme - oltre che a stilare una sentenza intelligibile e non dia atto a ricorsi più che legittimi.
Il che ci fa tornare alla mente tanti scioperi indetti a torto dagli insegnanti a difesa della “loro” scuola, del “loro sacrificio”. Ci fa tornare in mente la difesa di cattedre universitarie nelle quali i cosiddetti “baroni” apprezzano più una parentela o una raccomandazione politica che la preparazione o il merito. Ci fa ricordare sindacati e politici che di “questa” scuola e di “questa” università si sono eretti a difensori pubblici, senza far niente per stanare gli assenteisti, i cattivi maestri, gli impreparati, gli inamovibili fiancheggiatori di correnti politiche, danneggiando tanti giovani ai quali si è dato modo di conquistare il tanto agognato “pezzo di carta”, ma si è negato un futuro vincente.
E ci fa ricordare comici e intrattenitori delle varie tv, pubbliche e private, troppo spesso inclini a privilegiare il dialetto, le espressioni gergali, lo scimmiottamento della lingua, dando vita a un linguaggio che non è più articolato secondo grammatica e sintassi ma una accozzaglia di espressioni idiomatiche che nulla hanno a che vedere con una correttezza di espressione.
L’avvento dei telefonini con i loro sms, dove alla parola si sono sostituiti simboli che non possono per loro natura accentare le parole, coniugare verbi, usare la consecutio temporis di felice memoria, quella corretta punteggiatura che aiuta a rendere comprensibile il linguaggio, ha reso ancora più povera la capacità di espressione e di comprensione.
Sono tutti fattori che hanno impoverito la nostra gioventù, che hanno contribuito a far intravedere loro un futuro basato sul “fattore c…”, sulla partecipazione a quiz, sul diventare “personaggi” del Costanzo Show. piuttosto che persone capaci di compiere con risultati brillanti una professione, a preferire un “aoh!” a un “héi!” , ingrossando schiere di disoccupati o di persone senza un futuro degno di tal nome. Un fenomeno che ha radici lontane e che aveva ispirato Roberto Vacca, l’autore del “Medioevo prossimo venturo” a scrivere un libro, firmato con uno pseudonimo, dal titolo “Impariamo l’Itagliano”, (un errore di ortografia voluto) del quale conservo gelosamente una copia regalatami dall’ eminente studioso con il quale ci eravamo trovati d’accordo su tante cose.
Un progressivo impoverimento collettivo, che dovrebbe preoccupare il Ministero della Pubblica Istruzione, i sindacati, i buoni insegnanti ( quelli meno propensi allo sciopero e più presenti in classe), e soprattutto i genitori destinati ad avere dei figli magari laureati ma capaci solo di fare i pizzaioli, con tutto il rispetto per quella professione, o gli LSU, ma incapaci di diventare classe dirigente e di progettare un’Italia sempre migliore. Più di 42mila bocciati a un concorso per mancanza di preparazione valgono più di una statistica, sono un quadro desolante della nostra Italia prossima ventura. Francesco Fusco
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