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LIBRI: INTERVISTA AL GIUDICE ALFONSO SABELLA, "CACCIATORE DI MAFIOSI"

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05 nov. - INTERVISTA di Giovanni Zambito. Stasera ad Annozero si parlerà di presunti rapporti tra politica e malaffare con al centro la vicenda del comune di Fondi. Ieri è stato eseguito il sequestro di beni riconducibili a Giorgio Lignite di Gela, coinvolto nell'operazione "Oraculum" e sospettato di appartenere alla cosca mafiosa del clan Emmanuello.
Sempre ieri è stato arrestato Antonio Noschese conosciuto negli ambienti malavitosi col soprannome 'Pupatella', noto alle Forze dell'Ordine per i suoi numerosi precedenti e legato al 'clan Grimaldi' di Salerno.
Insomma, la mafia tiene sempre banco e la lotta alla criminalità organizzata sembra non avere sosta e i recenti risultati ottenuti incoraggiano chi vi si dedica con costanza e dedizione come ha fatto Alfonso Sabella, giudice penale a Roma, che ha lavorato in Sicilia come sostituto procuratore del pool antimafia diretto da Gian Carlo Caselli: con la collaborazione dei giornalisti Silvia Resta e Francesco Vitale, ha pubblicato per Mondadori il libro "Cacciatore di mafiosi. Le indagini, i pedinamenti, gli arresti di un magistrato in prima linea" (pagg. 265, € 17,50). Clandestino Web lo ha intervistato
Originario di Bivona (Agrigento), Alfonso Sabella rievoca nelle prime pagine una grande scorpacciata di agnellone nell'epoca in cui difendeva i cacciatori che venivano arrestati e processati per direttissima: si rese subito conto che nel mestiere di avvocato sono fondamentali tre aspetti cioè la fantasia, la creatività e la rapidità di esecuzione.
Sembrano - gli diciamo - le caratteristiche anche di un boss mafioso...
"Esattamente: per sconfiggere un avversario abbiamo dovuto comportarci come loro sempre ovviamente nel rispetto delle regole".
Come vi organizzavate nel pool?
"La scelta di Caselli di dividere l'attività della Procura teneva proprio conto del modus operandi della mafia. Ognuno di noi si occupava di una specifica articolazione territoriale: io ero capo mandamento di San Giuseppe Jato o Villabate e tutto quello che vi succedeva arrivava a me. C'era poi la fase in cui ci si confrontava nelle riunioni settimanali sulle indagini in corso con uno scambio costante di collegamento fra i diversi tasselli che man mano emergevano".
Quando ha cominciato a rendersi conto della grande portata delle indagini e degli interrogatori che conduceva?
"Da subito: ho avuto sempre il pregio di avere l'umiltà di confrontarmi con gli atti. Non ci si improvvisava "mafiologo" e mi sono studiato il maxi processo per avere la consapevolezza di che cos'era la mafia".
E che cosa la colpiva di più?
"Rimasi affranto e colpito dalla vicenda del piccolo Di Matteo per esempio: dire che mi sconvolse è un eufemismo; fu una vicenda da cui emerge la crudeltà dell'organizzazione e in certi passaggi la potenza di Cosa Nostra e dove potesse arrivare. Si capiva che all'interno della mafia non comanda  il più bravo, il più bello, il più brillante ma chi ha il potere militare: a differenza di quanto si pensi e venga riportato anche dai giornali, fino al '95 Bernardo Provenzano non era capo della mafia ma dopo l'arresto di Riina tra il '93 e il '95 lo fu Bagarella con il suo arsenale, le armi, l'esercito".
In uno dei primi capitoli del libro riporta alcune frasi in siciliano: quanto è importante capire anche il linguaggio dei boss?
"Fondamentale: essere siciliano significa soprattutto un modo di essere. Entravo in sintonia perfetta con i collaboratori di giustizia con risultati migliori dei miei colleghi: con Giovanni Brusca bastava un'occhiata, un riferimento, una battuta perché si capissero certe cose non completamente espresse a voce. Anche per Caselli, torinese, era difficile rapportarsi con loro non avendolo nel DNA".
Ci può dire qualcosa di inedito su Giovanni Brusca?
"Le posso dire che rivolgendosi a Guido Lo Forte disse che era una fortuna per il pool avermi dalla loro parte: a suo modo mi fece un complimento di cui non mi vanto; evidentemente sarei stato un mafioso perfetto se avessi scelto di stare dalla parte di Brusca, una personalità affascinante".
In che senso affascinante?
"È un personaggio contorto, furbo e intelligente, codardo e determinato quanto basta, una contraddizione vivente: non si rendeva conto. Raccontandomi di un omicidio, mi disse di averlo anticipato perché la vittima designata era prossimo alle nozze e non voleva rendere una donna vedova".
E un'altra figura che più delle altre le è sembrata carismatica?
"Bagarella senz'altro: cognato di Riina, nel '93 era senza nulla eppure la sua crudeltà e ferocia, il totale sprezzo della vita umana lo rendono assolutamente unico. Quando Nino Mangano gli fece presente che era impossibile uccidere un ragazzo perché vicino a lui c'erano altri adolescenti, egli, dopo la lunga riflessione di un secondo, disse di ammazzare tutti".
Leggendo "Cacciatore di mafiosi" alla fine il lettore capisce che...
"Che è un libro diverso dagli altri che portano una visione epica ed etica della mafia con un interno rispetto delle regole. In realtà, la mafia è solo stragismo, sete di potere e di denaro". Giovanni Zambito.
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