| ANM: NO AL REATO DI IMMIGRAZIONE CLANDESTINA E STRETTA SU INTERCETTAZIONI |
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| 09/06/2008 | |
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09 giu. - L'Associazione nazionale magistrati ha indicato le
"difficoltà" che graverebbero sugli uffici giudiziari con
l'introduzione del reato di immigrazione clandestina anche per evitare
di vedersi un domani attribuire la colpa dell'"inevitabile fallimento"
cui è destinata questa scelta legislativa. No alla stretta sulle intercettazioni che sono uno
strumento "indispensabile" per "il contrasto delle forme più insidiose
di criminalita".
Vogliamo "evitare che un domani si possa indicare la magistratura , come già avvenuto altre volte in passato, quale responsabile dell'inevitabile fallimento della scelta di risolvere attraverso lo strumento del diritto penale il fenomeno dell'immigrazione clandestina".
E lo stesso, spiega Cascini, "abbiamo fatto con riferimento al decreto legge in materia di rifiuti in Campania, rappresentando che le misure straordinarie previste rischiano di complicare ulteriormente la già difficile situazione della giustizia nella regione".
La nuova presa di posizione, all'indomani della difesa del provvedimento da parte del ministro della Giustizia Angelino Alfano e del suo collega per le Riforme Umberto Bossi.
Se per Angelino Alfano il sistema delle espulsioni "ha fallito" e occorre accentuare "un profilo di deterrenza", per Umberto Bossi è addirittura "un muro per far capire che non è più come prima".
Parole, quelle dei due ministri, che hanno sollevato qualche polemica a partire dal leader del Pd Walter Veltroni che ribadisce il suo no all'introduzione del reato di clandestinità perché "é un provvedimento demagogico e non applicabile: le carceri scoppiano e gli uffici giudiziari sono in affanno. Bisogna distinguere lo straniero che viene in Italia per lavorare dal criminale".
ANM: NO STRETTA SU INTECETTAZIONI MA TUTELARE PRIVACY
- No alla stretta sulle intercettazioni che sono uno strumento "indispensabile" per "il contrasto delle forme più insidiose di criminalita"; il legislatore piuttosto intervenga per tutelare la privacy, con regole precise che impediscano che nei fascicoli processuali finiscano conversazioni che attengono alla vita privata delle persone e che non hanno nulla a che fare con le indagini.
Il giorno dopo l'annuncio del premier che il governo vuole limitare le intercettazioni alle sole indagini su mafia e terrorismo, l'Associazione nazionale magistrati conferma la sua contrarietà a un simile intervento.
E nella giornata conclusiva del suo ventinovesimo congresso torna a bocciare con l'approvazione di una mozione unitaria l'introduzione del reato di clandestinità (sarà un "fallimento inevitabile"), e il decreto sui rifiuti ("complicherà ulteriormente la già difficile situazione della giustizia nella regione")."Prudente soddisfazione" invece dei magistrati per il nuovo clima nei rapporti con il governo, in attesa della "realizzazione degli impegni" annunciati dal ministro Alfano e nella speranza che parta "davvero" una stagione di riforme.
E' il segretario dell'Anm Giuseppe Cascini a tirare le somme dei tre giorni dell'assise.
A dire che le intercettazioni sono "irrinunciabili" non solo nelle indagini su mafia e terrorismo, ma anche per colpire tutta una serie di reati( omicidi, sequestri di persona, riciclaggio, corruzione ,criminalità economica, usura, estorsione e pedofilia).
E a proporre una soluzione alternativa, visto che si tratta comunque di uno "strumento investigativo invasivo":"i fatti relativi alla vita privata degli indagati , e a maggior ragione , delle persone estranee alle indagini, le cui conversazioni siano casualmente captate, non possono e non debbono essere divulgati e pubblicati.
Occorre prevedere con un intervento normativo una selezione del materiale necessario per il processo e la eliminazione del materiale che non serve".
Pollice verso anche per il reato di clandestinità: è destinato a un "inevitabile fallimento" , e se l'Anm sta indicando le "difficoltà" che graveranno sugli uffici giudiziari è per "evitare che un domani, come già avvenuto altre volte in passato", la responsabilità ricada sulla magistratura.
C'é spazio anche per un richiamo ai magistrati: "sobrietà e misura" dovrebbero caratterizzare "sempre" il loro comportamento nella comunicazione con l'esterno; occorre inoltre "rigore nella redazione dei provvedimenti" e "attenta vigilanza" per evitare la diffusione sui giornali del materiale raccolto nel corso delle indagini.
Il codice deontologico dell'Anm già contiene sul punto "indicazioni chiare e precise", ma queste norme,lamenta Cascini, "così, come altre, non sempre sono rispettate dai magistrati".
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