| BdS/Unicredit: cosa c'è dietro lo scontro Profumo/Mancuso? |
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| 11/01/2008 | |
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12 gen. - di Francesco Fusco
- Vi è qualcosa che sfugge ai più, quando si guarda alla diatriba sorta
fra l’A.D di Unicredito Alessandro Profumo e il presidente del Banco di
Sicilia, Salvatore Mancuso. Ed è una parola che i siciliani si tirano
dietro dal 1860: “colonizzazione”. Dapprima fatta con lo sbarco dei
Mille e i Savoia, che inviarono in Sicilia i loro “piemontesi” ,
incapaci di parlare un italiano comprensibile per i siciliani, non solo
per ragioni idiomatiche, ma per usi, costumi, conoscenza del
territorio.
Da una parte il Banco di Napoli, dall’altra il Banco di Sicilia, due grandi istituzioni nate nel territorio e per il territorio, sono passate la prima nelle mani del Banco San Paolo, la seconda attraverso Capitalia , e con la recente fusione di questa, in Unicredito. Si dice che le due banche fossero in una condizione di dissesto, dovuta soprattutto a crediti inesigibili, e quindi si è parlato di “salvataggio” per il quale Napoli e Palermo avrebbero dovuto essere grati. Ma non illudiamoci, in finanza niente viene fatto gratis, anzi. L’obiettivo dei salvatori era, ed è ancora impadronirsi di vasti bacini di utenza, di masse di risparmio, di sinergie capaci di ridurre i costi dell’acquirente annegandoli in una più vasta rete. Fin qui bene. Poi vengono le dolenti note. A cominciare dalla vessazione derivante da tassi più alti di quelli praticati al Nord (giustificati da un “differenziale di rischio” generalizzato), per finire con l’invio di altri “legati” dal nord per gestire la parte operativa. Persone valide, senza dubbio, ma che con il tessuto sociale locale non hanno niente in comune, a cominciare dal linguaggio per finire alla conoscenza delle problematiche locali, al territorio nel quale operano. Si tratta di una nuova colonizzazione, fatta in quell’unica realtà ancora esistente – dopo il depauperamento di tutte le altre attività commerciali e industriali – vale a dire quella del risparmio e della finanza. Un campo che ormai in tutta Italia, non solo in Sicilia, viene indicato come unico detentore, assoluto protagonista di quelli che vengono identificati come “poteri forti”. Salvatore Mancuso, da buon siciliano, che avendo avuto a che fare con quel mondo del nord ne conosce i vantaggi ma anche l’arroganza, con la sua “azione di forza decisionale” ha cercato di porre un freno a tale colonizzazione, di valorizzare risorse, intelligenze e professionalità siciliane, che l’arrivo di inviati dal nord avrebbero mortificato senza ragione. Alessandro Profumo ha reagito, e prova con un “atto di forza dimostrativo” di annullare le decisioni di Mancuso, instaurando un braccio di ferro, inutile e dannoso. Ma non perché non abbia capitoà sulla sua intelligenza non vi sono dubbi - o non apprezzi il punto di vista di Mancuso, ma per dimostrare “al volgo e all’inclita” che lui è “forte”. Soprattutto all’inclita che da un pò di tempo sta cercando di scalzarlo dalla sua posizione con manovre di aggiramento e pressioni varie, per fargli pagare a caro prezzo la posizione di primato raggiunte con l’acquisizione choc di Capitalia. Le cronache ne hanno registrato soltanto una parte ( a proposito della partecipazione in Mediobanca, o nelle Assicurazioni Generali) ma sotto questi iceberg si nasconde qualcosa di molto più grosso. Sono voci, d’accordo, che non appaiono sulla stampa, ma che fanno parte delle discussione e delle mene dei circoli bene informati, dove si giocano gli esercizi di potere, e dei quali Profumo è a conoscenza. Peccato che per dimostrare la “sua” indipendenza e la sua forza abbia scelto come campo di gioco il Banco di Sicilia, contribuendo anche lui a quell’esercito di “colonizzatori” che non voglio che la Sicilia abbia una sua classe dirigente – anche nelle banche – capace di contribuire al benessere dell’Isola. Francesco Fusco |
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