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Ultimo aggiornamento: 07.09.2008 ore 19:32
BOLZANO E MILANO LE CITTA' PIU' CARE, +10% DELLA MEDIA NAZIONALE Stampa E-mail
22/04/2008
22 apr. - Fare la spesa costa di piu' al nord. E per gli alimentari le due citta' piu' care in Italia sono Bolzano e Milano, che fanno registrare livelli dei prezzi piu' elevati di oltre il 10% rispetto alla media nazionale (rispettivamente +13,3% e +11,2%). A dirlo sono i primi risultati sulle differenze nel livello dei prezzi tra i capoluoghi di regione italiane per alcune tipologie di beni e in particolare per tre capitoli di spesa (alimentari, abbigliamento e calzature e arredamento) per un peso complessivo pari a circa il 35% della spesa per consumi delle famiglie.

soldi_04_280x200.jpgDal lavoro, il primo nel genere, emerge - sottolinea l'Istat - l'esistenza di differenze territoriali, spesso ampie, tra i diversi capoluoghi di regione.

Complessivamente i livelli di prezzi registrati nelle citta' settentrionali risultano superiori a quelli dei capoluoghi del centro e soprattutto del Mezzogiorno del paese.

Cio' vale, soprattutto per i prodotti alimentari e di arredamento. Se Bolzano e Milano rappresentano le citta' in testa per il caro-cibo, le due meno care, sempre per quanto riguarda il capitolo alimentari, sono Napoli e Bari, con livelli di prezzi inferiori di circa il 10% rispetto alla media.

Per i prodotti dell'abbigliamento e delle calzature, i due capoluoghi italiani con i livelli di prezzi elevati sono Reggio Calabria e Venezia (rispettivamente +6,5% e +5,4% sopra la media,) mentre per l'arredamento e articoli per la casa le due citta' piu' costose sono Milano e Roma (+25,8% e +12,8% sopra la media).

In generale, un gruppo di citta' (Milano, Trieste, Genova e Bologna) registra livelli dei prezzi piu' elevati rispetto alla media nazionale in tutti e tre i capitoli considerati.

Sul fronte opposto, un secondo gruppo (Napoli, L'Aquila, Campobasso e Palermo) evidenzia i livelli dei prezzi inferiori alla media italiana sia nel capitolo alimentari che in quello dell'abbigliamento e calzature e dell'arredamento.

Dallo studio emerge inoltre che per quanto riguarda i prodotti alimentari si rilevano differenziali di prezzo ''relativamente contenuti'' per i prodotti lavorati e ''nettamente piu' ampi'' per i prodotti non lavorati, per i quali ''forme tradizionali di commercializzazione del prodotto, aspetti di localizzazione e caratterizzazione della merce commercializzata sembrano rappresentare fattori che comportano spinte verso una maggiore variabilita' di prezzi''. (ANSA)

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