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11 dic. - Secondo feredcasa, le case popolari occupate in Italia sono 43.350, pari al 5,1% del patrimonio. Grave la situazione nelle grandi città. Tra Milano, Roma, Palermo, Napoli e Bari, gli appartamenti occupati abusivamente sono oltre 26.000
Nelle grandi città la povera gente e la bassa manovalanza
criminale abitano allo stesso indirizzo. Zen due a Palermo, Quarto Oggiaro a
Milano, Corviale a Roma, Scampia a Napoli. Sempre case popolari.
I tecnici le
chiamano edilizia residenziale pubblica, gli architetti parlano di housing
sociale. Definizioni che si sostanziano, per ora, in grandi quartieri con
almeno 30 anni di vita.
Nella gran parte degradati. E assediati
dall'abusivismo. Il futuro? Tutto da scrivere. L'esplosiva fame di casa,
soprattutto nelle grandi città, ha convinto il governo a investire
nell'edilizia residenziale pubblica: 550 milioni sono stati stanziati dal
ministero delle Infrastrutture. Ma la formula magica che permetterà di
costruire quartieri vivibili è ancora tutta da scoprire.
Secondo Federcasa (associazione che raggruppa Iacp ed ex
Iacp) le case popolari occupate in Italia sono 43.350, pari al 5,1 per cento
del patrimonio. Il dato non rende la situazione delle grandi città. A oggi-
mettendo insieme Milano, Roma, Palermo, Napoli e Bari - gli appartamenti
occupati abusivamente sono oltre 26 mila. Uno su cinque. Senza parlare degli
alloggi posseduti dai comuni. In alcune città è più facile occupare che avere
una regolare assegnazione. Anche perché le assegnazioni sono pochissime.
Prendiamo Milano: nel 2006, 322 famiglie si sono aggiudicate la casa perché in
testa alla graduatoria, contro 140 che, secondo l'Aler, sono entrate
abusivamente. In altre città, se si liberassero per magia tutte le case
occupate, si darebbe soddisfazione a quasi tutta la lista d'attesa. A Napoli,
per esempio, il fabbisogno registrato all'ultimo bando è di 10 mila alloggi
popolari, ben 7.000 gli appartamenti occupati. Quando il bacino degli abusivi
diventa troppo ampio, lo si svuota con una sanatoria. A Palermo la sanatoria è
in corso. A Napoli c'è stata nel 2000. A Roma i termini scadono il 19 dicembre.
A Bari, nonostante siano stati sanati coloro che avevano occupato prima del 30
novembre 2004, gli abusivi sono già il 20-25 per cento del patrimonio.
Sconsolato Raffaele Ruberto, il commissario dello Iacp di Bari (tutti i cinque
Iacp della Puglia sono stati commissariati nel 2005): «Nell'ultimo anno abbiamo
messo a segno oltre un centinaio di azioni di rilascio e 20 sfratti. Ma quello
dell'abusivismo è un fenomeno strutturale. Impossibile eliminarlo». Roma è più
ottimista. «È vero, abbiamo varato la sanatoria-fa il punto l'assessore alla
Casa, Claudio Minelli -. Ma l'obiettivo è bloccare le nuove occupazioni
abusive. Nel 2006 abbiamo recuperato 205 appartamenti ». «Per contrastare le
occupazioni abusive abbiamo istituito un nucleo di ispettori che, con le Forze
dell'ordine, hanno impedito, da gennaio, 605 nuove occupazioni», interviene
Luciano Niero, presidente dell'Aler di Milano.
Nei fatti la sfida degli sgomberi è tutta da vincere. «In
alcuni quartieri la situazione è delicatissima. Intervenire significa ingaggiare
una guerra con la criminalità organizzata», allarga le braccia Gianni Giannini,
assessore al Patrimonio del Comune di Bari. Conosce bene l'argomento il
presidente dello Iacp di Palermo, Giuseppe Palmeri. «Venerdì scorso un pacco
bomba è stato recapitato all'assessorato alla Casa del Comune. Non vorrei che
si trattasse di un'intimidazione rispetto alla determinazione ad andare avanti
con gli sgomberi», riflette Palmeri. A Palermo, in particolare, gli sgomberi
rischiano di diventare interventi militari. Racconta ancora il presidente dello
Iacp: «Prendiamo lo Zen due: 1.200 alloggi quasi tutti occupati. Per liberarli
servirebbero tremila uomini. Quando in una scuola dello Zen due abbiamo riunito
un comitato sicurezza, nella notte hanno bruciato l'istituto. Il messaggio mi
pare chiaro, no?». Palmeri ha prima di tutto un timore: essere lasciato solo.
Paura condivisa dal presidente dello Iacp di Napoli, Vincenzo Acampora: «Serve
una cabina di regia con forze dell'ordine ed enti locali. Con lo scaricabarile
non si arriva da nessuna parte».
Intanto il governo ha stanziato 550 milioni per l'edilizia
residenziale pubblica. Per fare che cosa? «L'obiettivo è rendere disponibili 11
mila nuovi alloggi, tra quelli nuovi e ristrutturati.
Qualcosa potrebbe essere
modificato nel criterio di ripartizione dei fondi-spiega Marcello Arredi,
direttore generale del settore Politiche abitative del ministero delle
Infrastrutture -.
I singoli interventi saranno responsabilità dei Comuni. Dal
canto nostro vigileremo ». Nelle grandi città, indipendentemente dal colore
della giunta, la linea condotta è duplice. Da una parte vendere parte del
patrimonio (lo stanno facendo i comuni di Milano e Torino attraverso il
conferimento di una fetta di patrimonio a un fondo immobiliare. Sulla stessa
scia Roma e Bari); dall'altra usare i soldi per costruire. Ma vendere per
ricostruire che senso ha? «La verità è che i comuni non sono più in grado né di
costruire, né di gestire quartieri popolari come si intendevano negli anni
'70», taglia corto Carlo Masseroli, assessore all'Urbanistica di Milano. «Il
nostro obiettivo è convincere i privati a riservare quote di affitto calmierato
in varie forme nelle nuove costruzioni. Il tutto grazie al conferimento di aree
o contributi pubblici», continua Masseroli. E i vecchi quartieri-ghetto? «Dove
il degrado ha superato i livelli di guardia c'è solo una strada: abbattere».
(Corriere della Sera)
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