| CINA: ULTIMATUM AI MANIFESTANTI TIBETANI - 5000 PERSONE IN PIAZZA A XIAHE |
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| 15/03/2008 | |
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16 mar. - La Cina ha lanciato oggi un ultimatum ai manifestanti
tibetani perchè si consegnino alle autorità entro lunedì prossimo,
mentre il governo tibetano in esilio a Dharmsala, nel nord dell’India,
ha reso noto di aver avuto la conferma di 30 manifestanti uccisi e ha
chiesto l’avvio di un’inchiesta Onu sulle «violazioni dei diritti
dell’uomo» commesse nei giorni scorsi.
Intanto, si sono registrate nuove proteste nel monastero di Labrang, nella provincia nord-ccidentale cinese di Gansu, mentre la capitale tibetana Lhasa è apparsa oggi «una città fantasma».
Il governatore tibetano Champa Phuntsok ha fatto sapere che le autorità di Pechino sono decise a trattare «con severità» chiunque si renda responsabile di attività tese a «dividere» il Paese, invitando i manifestanti a consegnarsi entro lunedì.
Secondo il governatore, nominato dai vertici della Repubblica popolare cinese, i dimostranti hanno agito «sulla base di istruzioni giunte dall’estero», ma «questo complotto è destinato al fallimento».
Da Dharmasala, il governo tibetano ha dichiarato di poter «confermare» la morte di 30 persone negli scontri di ieri, con «oltre 100 non confermati», mentre per Pechino i morti sono stati almeno 10.
Il premier tibetano, Samdhong Rinpoché, ha quindi lanciato un appello a Pechino perchè usi moderazione, ammonendo che la repressione potrebbe accrescere la spirale di violenza, mentre il Parlamento tibetano ha chiesto all’Onu di «inviare immediatamente propri rappresentanti e a intervenire e indagare sulle violazioni dei diritti dell’uomo in Tibet».
Oggi, la capitale tibetana Lhasa appare una «città fantasma», le strade deserte e il coprifuoco ancora in vigore.
«Era tutto chiuso a Lhasa - ha raccontato una turista norvegese, Bente Walle, rientrata oggi dal Tibet - si potevano vedere solo molti soldati».
Tuttavia, almeno 5.000 persone sono scese nuovamente in piazza contro Pechino a Xiahe, città della provincia di Gansu, già teatro ieri di una marcia di protesta.
La polizia ha usato i gas lacrimogeni per disperdere i dimostranti guidati da diverse centinaia di monaci buddisti del monastero di Labrang.
Stando a quanto riferito da testimoni locali, la folla ha attaccato uffici governativi e sedi della polizia prima che gli agenti intervenissero con i gas lacrimogeni.
Un portavoce dell’associazione Campagna per il Tibet libero, Matt Whitticase, ha riferito di 20 arresti.
Funzionari locali hanno confermato la protesta, ma non gli arresti.
Labrang è uno dei più grandi monasteri del buddismo tibetano fuori dalla regione del Tibet.
Le proteste sono scoppiate a sole due settimane dall’arrivo della torcia olimpica in Cina per i Giochi della prossima estate.
Il comitato organizzatore di Pechino ha assicurato che la crisi non avrà alcun effetto sulle Olimpiadi o sul cammino della torcia olimpica, mentre la stampa estera rilancia l’ipotesi di boicottare i Giochi.
«Il Comitato organizzatore si oppone a qualsiasi tentativo di strumentalizzare i Giochi Olimpici, cosa che andrebbe contro lo spirito delle Olimpiadi - ha dichiarato il portavoce Sun Weide - abbiamo ricevuto un grande appoggio da parte della comunità internazionale. Ospitare le Olimpiadi rappresenta un sogno secolare per il popolo cinese, compresi i nostri compatrioti in Tibet».
Le autorità di Pechino hanno già chiuso agli scalatori il lato cinese dell’Everest, dove dovrà transitare la torcia olimpica diretta a Pechino, per impedire agli attivisti per la difesa dei diritti umani di sabotare la cerimonia.
(LaStampa)
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