| CLANDESTINOWEB INTERVISTA CARLO BUCCIROSSO IN TEATRO A ROMA FINO AL 30 MARZO |
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| 11/03/2008 | |
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11 Mar. di Giovanni Zambito. “Dicesi famiglia, un nucleo di
persone, che accomunate dallo stesso sangue, tendono a volersi bene,
rimanendo unite sotto lo stesso tetto!”: è quello che
dovrebbe aver pensato l’impiegato postale Mario Buonocore, che, in
malattia da un mese per grave crisi depressiva, decide di tornare
nella casa che fu dei suoi genitori, e che ora ospita le sue due
sorelle, per ritrovare il calore della famiglia.
Ma non tarderà
a capire di trovarsi ormai fra estranei che hanno ceduto alle
lusinghe del facile guadagno, al fascino della furbizia, alla
filosofia del “fottere”.È la fabula di “Vogliamoci
tanto bene!”, la commedia scritta, diretta e interpretata
dall’attore comico napoletano Carlo Buccirosso (nella foto di Sommella), in scena dall’11
al 30 marzo al Teatro Sala Umberto di Roma. Sul palco interagirà
con Maria Del Monte, Gianni Parisi, Graziella Marina,
Claudiafederica Petrella, Giordano Bassetti, Anna Burattino,
Sergio D’Auria, Serenella Tarsitano, Fabrizio Miano, Antonio
Spadaro. Spesso presente nei film e sceneggiati dei Vanzina, nel
ruolo stereotipato dell’uomo napoletano medio o piccolo-borghese,
spalla comica per anni di Vincenzo Salemme sia a teatro che al cinema,
insieme a Maurizio Casagrande e Nando Paone per diversi spettacoli e
film, fa parte anche del cast
della fortunata serie “Un ciclone in famiglia”. “Avevo un
grande desiderio - ammette a ClandestinoWeb - di affrontare questo
argomento”
Che concezione ha della famiglia? “Dovrebbe essere un riferimento, un appiglio, un nido presso cui rifugiarsi proprio come fa il protagonista che invece si ritrova a ricominciare tutto daccapo. Ho sempre avuto una grande fede negli affetti familiari, nei rapporti tra fratelli e sorelle, nei valori che ahimè vanno scomparendo o quanto meno non sono più saldi come una volta” Quali potrebbero essere le cause disgreganti della famiglia di oggi? “Ce ne sono tantissimi: in primo luogo l’ipocrisia e l’egoismo personale. Gli interessi propri e quelli economici come pure l’arrivismo stanno vivisezionando la famiglia che si è pronti a sacrificare. Basti leggere le notizie di cronaca di ogni giorno da cui ho tratto l’ispirazione: la famiglia poi è uno spunto per parlare di tutti quei mali che tendono a separare le persone” Aldilà del valore universale del tema, quale tratto di “Vogliamoci tanto bene!” è riconducibile alla tradizionale commedia napoletana? “Ci sono dei colpi surreali attinti dal reale. La commedia è modernissima nella struttura e nella recitazione: c’è pure una scena girevole che ricorda la commedia musicale, ma nel resto è tradizionale, con un linguaggio di vecchio stampo che si ritrova specialmente nei dialoghi tra padre e figli. È divertente, tenuta su dal ritmo, dall’ironia e dall’emotività: diciamo che richiama un po’ Eduardo come riferimento, senza però volermici assolutamente accostare” La lingua è un elemento imprescindibile? “L’uso del dialetto napoletano serve ad essere più veraci, sanguigni e veri. Se manca s’irrigidisce il tutto. Comunque, la commedia avrei potuto scriverla in lingua italiana o in un altro dialetto, perché non parla del napoletano ma dell’essere umano e non c’è uno specifico riferimento alla realtà di Napoli” Di città in città cambia il livello di identificazione nella situazione ritratta? “Come attori pensiamo ad eliminare quelle tipiche frasi idiomatiche rendendole più universali. A Napoli da un autore come me c’è l’aspettativa di ridere molto e lì lo spettacolo durava un quarto d’ora in più per le continue risate ed interruzioni di applausi. A Genova, per esempio, è già un’altra cosa: c’è un maggiore rispetto per la storia che non veniva mai interrotta; ci hanno tributato tanti applausi solo alla fine della rappresentazione valorizzandola ancora di più, in quanto ne hanno apprezzato i diversi momenti di allegria ma anche di riflessione e di emotività. A volte, infatti, la magia del teatro può essere interrotta pure da un applauso” Il successo di serie come “Un ciclone in famiglia” e “I Cesaroni” testimoniano un periodo proficuo per la commedia familiare all’italiana? “Sembra proprio di sì: ce ne vorrebbe anche a teatro dove invece si predilige andare sicuri mettendo in cartellone per la maggior parte titoli forti come i classici. Magari con la fiction o il cinema è più facile e immediato affrontare argomenti vicini alla gente, ma lo si potrebbe fare anche a teatro magari in una forma più leggera” Raffaele La Capria dice che il napoletano a Napoli è come una mosca dentro una bottiglia: se non ne esce fuori non potrà mai capire com’è fatta. Secondo lei?
“Per me il classico napoletano è
con l’impermeabile che lo ripara anche da piogge incessanti che non
lo toccano né lo bagnano. Per questo sembra eternamente
allegro tanto da non accorgersi di eventuali problemi come quelli
attuali di cui bisognava rendersi conto almeno già da dieci
anni” (Giovanni Zambito) |
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