| CLANDESTINOWEB INTERVISTA PHILIPPE ARACTINGI, REGISTA DI “SOTTO LE BOMBE” |
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| 21/04/2008 | |
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21 Apr. – di Giovanni Zambito. Distribuito da Fandango,
dopo essere già passato nella sezione giornate degli autori a Venezia '64 e al
Sundance di New York, dal 30 aprile arriverà nelle sale italiane "" target="_blank">Sotto
le bombe", il film di Philippe Aractingi, che tra
documentario e fiction racconta l'attacco israeliano nel Libano del Sud del 2006 durato 33 giorni, che
provocò 1.189 morti.
Il regista di origine libanese, ma naturalizzato
francese (è nato a Beirut nel 1964), ha girato questo film parzialmente durante
quei giorni di guerra raccontando la storia di Zeina, una donna sciita che
torna in Libano per ritrovare il figlio scomparso sotto le bombe. Ad aiutarla
ci sarà un tassista, Tony, l'unico che accetta di portarla verso il sud in
piena guerra. La notizia di una nuova guerra in Libano
aveva scosso il torpore di un paio di estati fa. Per qualche giorno, finché -
appunto - è rimasta “notizia”.
Non è stato così per chi in Libano c’è nato,
come Philippe Aractingi accorso appena iniziati gli scontri (era il 12
luglio 2006), con una troupe arrangiata, due attori professionisti e tanta,
tantissima gente “vera”, per raccontare se stessa e quello che stava subendo. Sous
les bombes è stato presentato
dal festival Human Rights Nights mercoledì
scorso al Cinema Lumière della Cineteca di Bologna. Il programma completo è consultabile sul sito
www.humanrightsnights.org
Clandestinoweb ha intervistato Philippe Aractingi che spiega subito i motivi
che lo hanno indotto a girare la pellicola: “Il film - confessa - rappresenta
l’unica arma a mia disposizione per affrontare i miei demoni, l’unico tentativo
di esorcizzare la mia paura di testimoniare”.
Come mai hai pensato di unire il linguaggio cinematografico a quello documentaristico? “A priori la guerra è relegata ad un unico genere, quello del reportage e del documentario, ma avendo già affrontato soggetti così scottanti, ero cosciente di tali limiti e per l’ennesima guerra che vivevo, ero convinto di andare oltre. La semplice testimonianza non bastava più perché avevo necessità di esprimere la gamma completa di emozioni che si provano durante i bombardamenti. Dopo diverse esperienze all’attivo, tra cui il musical “Bosta”, ho potuto specializzarmi nel docu-dramma trovando così il coraggio di affrontare questo genere nuovo pieno di elementi imponderabili” Come siete riusciti a girare in una situazione così drammatica e pericolosa? “In questa guerra con i miei attori abbiamo filmato assieme e non contro gli stessi avvenimenti, tenendo presente una linea d’azione molto semplice, la ricerca di un figlio da parte di una donna in un paese devastato dalle bombe. Gli attori improvvisavano quotidianamente interagendo con i veri protagonisti: giornalisti, rifugiati, prigionieri civili; il che ha reso l’approccio molto più realistico” Avete seguito un canovaccio, una sceneggiatura? “No, scrivevamo sul posto e giravamo direttamente. Non avevo il bisogno di far ambientare gli attori in una “situazione”, lo erano già. È stata dura, intensa come esperienza e spesso provavo paura soprattutto di mettere in pericolo la squadra. Temevo le mine ma anche di sbagliare approccio, c’era la paura di fare quello che facevamo. Bisognava rimanere sinceri e rapportarsi adeguatamente alla situazione di quel dato momento in cui ci trovavamo: in una parola, non stavamo girando il film, ma lo stavamo vivendo”. Il tuo film potrà contribuire a far sì che il popolo libanese prenda più coscienza della propria identità e dei problemi? “Può darsi. In ogni caso il film è andato bene con 43000 ingressi in cinque sale. Per il Libano è già un successo; vedere da vicino le proprie ferite, può sicuramente aiutare a guarirle” Può anche aiutare la coscienza internazionale allo stesso scopo?
“Il film può essere visto come un messaggio in una bottiglia: non mi illudo, ma con gli undici premi ricevuti comincio ad avvertire che sì, probabilmente, potrebbe contribuire” Su che basi cinematografiche ti sei formato? “Su nessuna base. Sono un autodidatta” In “Sotto le bombe” è ravvisabile qualche riferimento ad altre opere? “Sì, “Berlino Anno Zero” di Roberto Rossellini”. (Giovanni Zambito)
scritto da marco lodi, maggio 02, 2008 molto coinvolgente. Si entra nello scoramanto delle guerra puramente subita. Fa paura sentire gli slogan di Ezbollah e il silenzio delgi israeliani di notte quando l'auto si ferma...Il colpa di scena finale lascia senza fiato. scritto da Piera, aprile 22, 2008 La veridicita' di un film vissuto. Complimenti. scritto da Lia, aprile 22, 2008 Mica male per un autodidatta! scritto da gigi, aprile 22, 2008 Sarà tutta un'altra cosa da "Caramel" che ho trovato carino. Bisogna dargli un'occhiata scritto da michele, aprile 21, 2008 davvero interessante! |
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