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Ultimo aggiornamento: 20.07.2008 ore 07:27
CNR: 2.500 precari sottopagati su 7000 unità Stampa E-mail
03/12/2007

4 Dic. - I nostri ricercatori italiani sono sottopagati e precari. Al Cnr di Milano si registrano 2.500 precari su settemila unità. Le paghe sono inferiori a quelle degli operai. Così si spiega la fuga dal Laboratorio al secondo piano di farmacologia del Cnr.

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Borsisti: 830 euro; assegnisti: 1.100 euro; ricercatori: 1.200 euro. Sono questi gli stipendi netti medi italiani dei ricercatori al Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) nei 108 istituti presenti in Italia. Non è certo un gran valore quello che lo Stato riconosce ai "cervelli" italiani, gli scienziati giovani e meno giovani su cui poggia uno dei settori che dovrebbero essere considerati strategici nello sviluppo di un Paese. Stipendi bassi - nella media, nonostante anni di studio e di preparazione e elevata qualificazione, si è al di sotto del salario percepito da un operaio - a cui si aggiunge una grande precarietà.

La fuga dei cervelli è una conseguenza anche di questo, del disagio che si vive giorno dopo giorno nei laboratori. Il risultato? La dispersione di giovani intelligenze impossibilitate che, proprio a causa della forte instabilità della posizione, si vedono, di fatto, ostacolate nel proseguire il percorso intrapreso. Attualmente il personale del Cnr è di circa settemila unità; tra loro i precari sono circa 2.500 tra i ricercatori e "solo" 150 nel personale amministrativo.

«Le spade di Damocle sono essenzialmente due - spiega il professor Francesco Clementi del Dipartimento di Farmacologia dell'Università di Milano -: le ultime Finanziarie hanno penalizzato lo sviluppo della ricerca italiana iscrivendo la categoria alla voce dei tagli e il blocco delle assunzioni è fermo al capolinea dal 2001. Siamo in fuorigioco rispetto agli standard internazionali, oltre ad avere un deficit nella bilancia dei pagamenti, in relazione alle tecnologie più avanzate tra i trenta paesi aderenti all'Ocse (Organizzazione dei Paesi più industrializzati). Ad aggravare il tutto si aggiunge la mancanza di fondi che nella fattispecie va a colpire i contratti a termine dei ricercatori e il mantenimento dei laboratori». E aggiunge: «Noi del Dipartimento di Farmacologia al Cnr - possiamo effettuare degli investimenti nei laboratori soltanto ogni quattro anni, cercando di colmare il gap, ma è troppo poco».

Oggi manca un flusso bidirezionale tra i cervelli che aumentano il prestigio della cultura scientifica: i ricercatori italiani lasciano il Paese, quelli stranieri non ne sono attratti. Così il gioco si rompe. Al punto che la grande differenza tra l'Italia e gli altri Paesi dell'Ocse è sintetizzabile con l'immagine di un biglietto di sola andata: chi esce e trova spazi all'estero poi difficilmente ritorna. Anche perché, chi non se ne va, resta in balia degli eventi aspettando un concorso che non arriva mai. È inoltre sempre più preoccupante l'abbandono di numerosi borsisti fin dalla prima fase della carriera, ovvero dopo la laurea e il successivo conseguimento del dottorato di ricerca triennale.

Uno dei disagi peggiori è lo stipendio che, oltre ad essere misero, come già evidenziato, viene riconosciuto con una modalità di pagamento cumulativa e non mensile. Non solo, dunque, un borsista deve accontentarsi di 830 euro al mese; ma questa cifra la prenderà soltanto a 90 giorni. Per esempio, la retribuzione di settembre/ottobre viene liquidata soltanto il 27 di novembre. Questo comporta che in molti casi sia necessario un intervento diretto delle famiglie per aiutare i "poveri" scienziati. Il risultato è una somma di situazioni precarie che porta come conseguenza un inatteso e gradito regalo ai centri di ricerca all'estero, pronti ad accogliere a braccia aperte le nostre "menti".(Corriere della sera)

 

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