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Ultimo aggiornamento: 06.07.2008 ore 03:22
COLOMBIA: 2.200 GIORNI DI PRIGIONIA PER INGRID BETANCOURT Stampa E-mail
22/02/2008
23 feb. - La ex candidata presidenziale, catturata dalle Farc il 23 febbraio 2002 mentre attraversava il dipartimento del Caquetà, ha trascorso quasi sei anni nella selva, senza che vi siano indizi seri di una sua possibile liberazione
betancourt_280x200.jpgIngrid Betancourt, anno sesto.
La ex candidata presidenziale catturata dalle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) il 23 febbraio 2002 mentre attraversava il dipartimento del Caquetà, ha trascorso quasi 2.200 giorni nella selva, senza che vi siano indizi seri di una sua possibile imminente liberazione.
Una eventualità che sembra invece avvicinarsi per quattro ex parlamentari (Gloria Polanco, Orlando Beltran, Luis Eladio Perez e Eduardo Gechem) di cui le Farc hanno annunciato il rilascio, anche se in un clima di crescente tensione.
Il ministro della Difesa, Juan Manuel Santos, ha infatti annunciato che l'esercito conosce il luogo dove gli ostaggi si trovano con i guerriglieri.
Di fronte alle allarmate reazioni dei familiari, che si trovano a Caracas e che temono per l'incolumità dei loro cari, Santos ha sdrammatizzato assicurando che comunque "i soldati hanno l'ordine di permettere che avvenga la liberazione".
Nonostante questo, la presenza nella regione del ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner, che è stato prima a Caracas e poi a Bogotà, e la decisione del presidente venezuelano Hugo Chavez di annullare un viaggio in vari Paesi esteri fra cui la Cina, che doveva cominciare lunedì, fanno pensare che nei prossimi giorni vi saranno novità positive.
I primi tre si troverebbero nelle vicinanze del luogo dove sono state rilasciate il 10 gennaio Clara Rojas e Consuelo Gonzalez, mentre il quarto (Gechem) sarebbe a "circa 15 chilometri" da loro.
I guerriglieri che si occupano di lui sarebbero in difficoltà, assicurano fonti governative, perché il suo grave stato di salute non è compatibile con la durezza degli spostamenti nella selva.
Nonostante una mobilitazione che è di carattere mondiale e l'instancabile attività di tutta la famiglia di Ingrid Betancourt - la madre Yolanda Pulecio, la sorella Astrid, l'ex marito Fabrice Delloye e l'attuale Juan Carlos Lecompte ed i due figli Melanie e Lorenzo - le Farc si tengono ben stretto l'ostaggio-simbolo, sperando di poterlo far valere nell'ambito di un accordo umanitario, e magari anche di un riconoscimento politico.
Della Betancourt si sono avute due 'prove di sopravvivenza': la seconda, del novembre scorso, riguardava anche un video in cui appariva dimagrita, abbattuta e silenziosa, quasi sul punto di gettare la spugna della resistenza.
E se quelle immagini colpirono la sensibilità dell'opinione pubblica, non meno doloroso fu leggere la lettera da lei scritta in cui sosteneva in tono lapidario: "Qui viviamo come morti".
Dopo il fallito tentativo di dialogo durante il governo di Andres Pastrana, che giunse fino ad un abbraccio con il leader delle Farc, Manuel Marulanda Velez, il cammino di una soluzione negoziata della crisi si è fatta in salita con l'arrivo alla presidenza di Alvaro Uribe, fedele alleato degli Usa, e deciso a stabilire l'impero della legge a qualsiasi prezzo attraverso la sua politica definita di "sicurezza democratica".
Lo scorso anno era entrato in scena il venezuelano Chavez, che avviò contatti con la guerriglia, ma che fu estromesso da Uribe in circostanze mai del tutto chiarite.
Adesso si cerca di varare un nuovo gruppo di Paesi mediatori - Spagna e Chiesa cattolica sono state escluse dalle Farc che non le ritengono equidistanti - per vedere se è possibile riprendere la tessitura di un accordo umanitario.
Di questo si è occupato nella sua missione Kouchner che nella riunione a Bogotà ha chiesto di escludere l'opzione militare e di prevedere un ruolo per Chavez, temi che non devono essere sicuramente stati graditi ad Uribe. (ANSA)
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