| Dalla CASA BIANCA 935 dichiarazioni false prima della guerra in IRAQ |
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| 23/01/2008 | |
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23 gen. - Una campagna di disinformazione orchestrata ad arte per "convincere l'opinione pubblica e trascinare la nazione in guerra con falsi pretesti". E' quella che ha condotto l'amministrazione Bush diffondendo nei due anni precedenti l'invasione in Iraq ben 935 notizie e dichiarazioni false sull'Iraq. Ed in 532 occasioni ha affermato in modo inequivocabile che Baghdad
aveva armi di distruzione di massa o legami con al Qaeda, secondo quanto si
legge nello studio pubblicato dal Center for public integrity, collegato con il
Fund for indipendence forjournalism, che ha preso in analisi rapporti,
discorsi, briefing ed interviste di esponenti dell'amministrazione.
E' stato
George Bush a pronunciare il maggior numero di falsita': 259, con precisione
231 relative alle armi di distruzioni di massa e 28 riguardo ai legami con l'organizzazione
terroristica di Osama bin Laden. Al secondo posto l'allora segretario di Stato
Colin Powell, 244 dichiarazioni rivelatesi poi infondate sugli arsenali - tutti
ricordato il famoso discorso della 'smoking gun' pronunciato all'Onu - e 10 su
al Qaeda.
Nella classifica ci sono comunque
tutti i principali esponenti dell'amministrazione, tra i quali i principali architetti
dell'invasione: il vice presidente Dick Cheney, l'allora segretario alla Difesa
Donald Rusmfeld ed il suo vice Paul Wolfowitz.
"Ormai non ci
sono dubbi sul fatto che l'Iraq non possedeva
armi di distruzioni di massa ne' legami importanti con al Qaeda - hanno
affermato Charles Lewis e Mark Reading Smith, autori dello studio -
l'amministrazione Bush ha trascinato la nazione in guerra sulla base di
informazioni erronee diffuse in modo metodico che hanno portato all'azione
militare del marzo del 2003".
Nello studio non manca una dura critica al comportamento dei media americani che hanno "amplificato con migliaia di articoli e servizi televisivi" le informazioni false "creando un frastuono mediatico quasi impenetrabile per molti mesi difficili di corsa alle armi".
Nonostante riconoscano che in questi anni vi siano
stati importanti "mea culpa" da parte di "alcuni giornalisti, ed
intere testate, che hanno ammesso che il lavoro svolto prima dell'attacco e' stato
troppo deferente e acritico", lo studio condanna cosi' senza possibilita'
di appello "la copertura a tappeto fornita dai media che ha finito per
costituire una convalida indipendente delle falsita' diffuse
dall'amministrazione Bush sull'Iraq".
(Adnkronos)
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