| FONTANONESTATE 2008 - GIANCARLO ZANETTI SI FA IN 3 PER IL MONOLOGO “DORIAN”. L’INTERVISTA |
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| 28/08/2008 | |
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28 ago. - INTERVISTA di Giovanni Zambito. Appuntamenti culturali di alto spessore e dal vivo caratterizzano “Fontanonestate 2008” che si protrarrà fino al 14 settembre: è
annoverata tra le Manifestazioni storiche dell’Estate Romana per la qualità e la continuità negli anni della sua proposta e per il prestigio della sede, lo splendido panorama della Terrazza del Gianicolo, di fronte alla Fontana dell'Acqua Paola.
La rassegna si mostra pure accattivante per la formula in continuo rinnovamento e per la sua tredicesima edizione annovera un programma di serate, incontri, reading e performances incentrati sull'incontro della pagina con la scena, ospitando artisti di chiara fama e progetti innovativi all’insegna del binomio Qualità/Cultura.
Sabato 30 agosto alle ore 21 verrà presentato “Dorian” di Giuseppe Manfridi che introdurrà la serata presentando le sue ultime due opere letterarie “La cuspide di ghiaccio” e “Quadernetto sulla gaffe”. Trattasi di un monologo-concerto, adattamento e riduzione de “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e l’interprete sarà l’attore, regista e produttore Giancarlo Zanetti che vestirà in sequenza i panni di tre protagonisti.
“È una riduzione interessante del romanzo - dice l’attore a ClandestinoWeb - di Manfridi, un autore che seguo e amo moltissimo perché articolato. È nata insieme alla Kals’Art durante il festival dedicato alla Kalsa di Palermo in cui 12 pezzi di famosi romanzi dell’800 trasformati da diversi autori: un’iniziativa bellissima portata avanti per tre anni dal grandissimo successo. Riproporrò “Dorian” con tanto di scenografie”.
Quali sono i personaggi che interpreta?
“Il primo è Henry Wotton, l’amico di Dorian Gray, il secondo è Basil Hallward, il pittore che ha dipinto il ritratto e il terzo è lo stesso Dorian. È il romanzo raccontato da tre punti di vista diversi, tre differenti personalità e psicologie attraverso cui si completa il racconto. Tra un personaggio e l’altro il cambiamento è sottolineato dalle musiche di Schumann”.
In che modo gestisce i tre ruoli?
“Si rimane sempre nell’ambito della lettura: è una mise en space: è più un cambiamento di tipo psicologico, di ritmo, di punteggiature diverse e una voce dissimile fra i tre personaggi. Punto su un diverso modo di appoggiare le parole che danno un ritmo differente per ogni personaggio a seconda del loro carattere”.
Che rapporto ha con il romanzo di Wilde?
“È un romanzo che ho letto nella giovinezza, uno di quei libri che ti affascinano e ti prendono perché ha qualcosa in più del Romanticismo e dandismo imperanti nell’800: quel tratto di perversione che cattura i giovani. Volevo ridurlo per il teatro e quando mi si è presentata questa occasione ho accettato felicemente. Mi piacerebbe leggere di più ma i copioni che ricevo sono talmente tanti…: peccato che del centinaio che mi arrivano ogni anno solo 10 risultano passabili e di buoni ce n’è uno e mezzo”.
L’attore di per sé ha sempre un doppio: non si è mai stancato di tale dimensione?
“Sono convinto che tutti abbiamo una duplice personalità e per l’attore è peggio perché ha la sua e poi si deve identificare con quella del ruolo che sostiene. È impossibile stancarsi di ciò: è la cosa più bella di questo mestiere che ti permette di ritornare bambino e giocare con questo strumento di invenzione e creatività che consente di rimanere fermi in un punto di giovinezza della nostra vita. È un gioco meraviglioso”.
È facile tornare ogni volta a fare solo l’attore e non essere contemporaneamente regista e produttore?
“È molto difficile e faticoso sostenere contemporaneamente la dimensione di regista e attore perché si creano dei conflitti infiniti. Resta sempre il dubbio che a te stesso dedichi meno tempo di quello che rivolgi agli attori e che reciti meno bene degli altri; offri loro tutto quello che hai ma nessuno segue te: non c’è il dono di rivedersi e vedere se ciò che fai è giusto. Si sente sempre quando un attore è anche regista. Con la produzione invece il conflitto è di tipo materiale”.
Come produttore verso quali prodotti si orienta?
“Ho cominciato a produrre negli anni Ottanta, ma non c'è un tema particolare verso il quale mi oriento: ho degli attori su cui ho applicato i temi. Ho avuto una grande crisi quando ho perso dei colleghi scomparsi a due mesi di distanza l’uno dall’altro e per lo stesso male: Giancarlo Sbragia, Enrico Maria Salerno e Alberto Lionello”.
E come regista l’essere attore in che cosa lo facilita nell’interazione con i colleghi?
“Assolutamente sì perché conosco la psicologia dell’attore e mi è più facile entrare in contatto con il difetto, l’eccesso e la bellezza di questo mestiere. Si parla una lingua diversa, un gergo che ci fa comunicare in modo semplificato e fa capire meglio agli attori le esigenze del regista”.
Che pensa dell’invasione di personaggi tv sui palcoscenici teatrali?
“I personaggi che vengono dai reality non sanno recitare e pretendono, hanno l’ambizione di essere straordinari e di non mettersi mai in discussione, cosa invece che un vero attore fa sempre”.
Giovanni Zambito
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