| Grande distribuzione: ogni anno "spariscono" 3 miliardi di euro |
|
|
||
| 04/01/2008 | |
|
04 gen. - Anzitutto i clienti, ma anche dipendenti e fornitori. E
il danno per le imprese commerciali ammonta a oltre 3 miliardi di euro
l’anno. I sistemi di sicurezza non sempre sono efficaci. E il rischio
per i ladri è molto basso.
Un litro d’olio, 1 chilo di parmigiano, 3 etti di carne macinata, una
bottiglia di vino. Per finire in bellezza una scatola di cioccolatini.
Ma anche batterie, lamette da barba, deodoranti, rossetti, bagnoschiuma: tutto nelle tasche interne del giaccone, tutto senza pagare. Tutto rubato.
È facile fare fesse le telecamere, gli addetti alla sicurezza, anche le barriere antitaccheggio all’uscita.
E se proprio sei sfortunato e vieni pizzicato, è facile cavarsela con poco più di una figuraccia.
Oggi in tanti fanno la spesa così al supermarket. I poveri ma non solo.
Ci sono bande specializzate nel furto su commissione: tu gli dai la lista, loro vanno, magari aiutati da un paio di donne e un bambino, rubano tutto e tu paghi la metà senza rischiare nulla.
È la nuova piaga degli ipermercati, il fantasma degli scaffali.
Ogni anno sparisce dai negozi della grande distribuzione merce per oltre 3 miliardi di euro: per la precisione 3,08 miliardi nel periodo giugno 2006-maggio 2007, contro i 2,6 miliardi dell’anno precedente. Considerando che questa cifra rappresenta l’1,23 per cento del fatturato, e che gli utili di un supermercato sono intorno all’1 per cento, si capisce facilmente che il problema è molto sentito ma al tempo stesso tenuto molto nascosto.
Grandi catene italiane come Coop, Auchan, Carrefour non vogliono ufficialmente parlare di questo problema e, anzi, fanno di tutto per minimizzare.
Ammettere che in un supermercato si ruba può suonare come incentivo al furto.
Al contrario, esasperare le misure di sicurezza, oltre che un costo aggiuntivo, può produrre un effetto boomerang: allontanare la clientela.
E allora ufficialmente si fa finta di niente, ma ormai molti si dotano di sistemi di sicurezza che sono costati nel 2006 ben 878 milioni di euro.
Tra quello che sparisce nelle tasche di clienti o dipendenti e quello che si spende per contrastare il taccheggio si sfiorano i 4 miliardi. Da dove escono questi soldi? Ovvio: dalle tasche dei consumatori onesti che trovano ricaricati i prezzi sullo scaffale. Il conto finale fa 157 euro a famiglia, secondo il calcolo della Checkpoint Systems, una multinazionale che studia le soluzioni contro i furti nei negozi che, per maggiore eleganza, vengono chiamati «differenze inventariali».
Panorama ha trascorso due giorni nel supermercato Conad alla Stazione Termini di Roma.
Tra gli addetti ai lavori è considerato un posto molto a rischio, da bollino rosso. Si comincia alle 6, quando tirano su le saracinesche e l’esercito di barboni che ha passato la notte sui marciapiedi va a fare colazione.
Con il vino, però, non col cappuccino. Qualcuno paga, qualcuno no, qualcuno viene rimproverato con affetto: «A Che Guevara, lo vogliamo pagare quel vinello?» fa il cassiere assonnato a un barbone algerino famoso per la somiglianza con il rivoluzionario argentino.
Poi c’è l’ora del pranzo: non è difficile che un pollo precotto finisca nella sua naturale destinazione ma prima di arrivare alle casse, mangiato di nascosto tra pannolini e yogurt.
Panorama ha visto una confezione di carne macinata aperta e svuotata, chissà se consumata cruda sul posto o messa in tasca.
«Qui rubano tutti, non solo i poveri o i barboni» dice Paolo Petracca, direttore del supermercato. «L’altro giorno ho ricevuto un sms da un mio cassiere: “Dottore, è caduto un mito: abbiamo beccato una giapponese”.
Ecco, ci mancava solo la turista giapponese. Per il resto abbiamo trovato di tutto: signore eleganti che fanno incetta di cosmetici, uomini in giacca e cravatta con bottiglie nascoste sotto il cappotto, bambini utilizzati dai genitori, tossici che ti minacciano con la siringa se non li lasci andar via. Altro che Vietnam...».
Gianni O. ha 30 anni ed è uno degli addetti della sicurezza antitaccheggio del supermercato. È un ragazzo romeno e gli piace il lavoro che fa: «Qui rubano tutti, ma i peggiori, mi spiace dirlo, sono i romeni, poi i tunisini e gli italiani».
Lui si aggira tra gli scaffali e tiene d’occhio la clientela, fa finta di comprare ma ormai li riconosce subito, è una specie di Lombroso e non sbaglia mai. I settori più a rischio sono quelli dei cosmetici e dei superalcolici. Se uno si guarda intorno, lo segue e aspetta. Se lo vede che si mette qualcosa in tasca, attende che arrivi alle casse e poi avverte o il direttore o qualcuno alle barriere finali.
È un lavoro delicato. Prima delle casse non si può contestare niente a nessuno: se anche mi metto una bottiglia in tasca, non è detto che voglia rubarla. Inoltre nessuno dei dipendenti può perquisire nessuno, solo invitare ad aprire una borsa o a far vedere cosa c’è sotto l’impermeabile. Ci vorrebbe un agente di polizia o qualcuno autorizzato, ma non è facile e, soprattutto, il trambusto può influire negativamente sugli altri clienti.
Meglio essere discreti, meglio evitare conflitti.
Per questo 9 volte su 10 che un ladro viene scoperto gli si chiede gentilmente di tornare alla cassa e regolare quella piccola «dimenticanza». «Solo se la persona reagisce male o fa pesante ostruzionismo chiamiamo la polizia» dice ancora Petracca.
Quindi, se proprio ti va male e ti beccano, il rischio è quello di pagare il maltolto e collezionare una figuraccia. Tutto qui. Ma i professionisti del furto, quelle bande (quasi tutte romene o sudamericane) che fanno la spesa su commissione, non si fanno mai prendere.
«Al 70 per cento sono romeni. Arrivano in gruppo, mandano uno o due di loro avanti a depistare gli addetti alla vigilanza tenendo atteggiamenti sfacciatamente sospetti e gli altri fanno razzia da un’altra parte» racconta Arnaldo Pacifici, direttore dell’Europe Utd detectives, società di investigazione che si occupa della sicurezza di alcune catene della grande distribuzione.
Le etichette a radiofrequenza, quelle che se non vengono disattivate suonano all’uscita, possono essere rimosse o manomesse.
Ma soprattutto possono essere neutralizzate con le borse schermate: si mettono in uno zaino o in un trolley diversi fogli di carta d’alluminio e così i segnali emessi dalle etichette vengono bloccati e alle barriere non suonerà l’allarme.
«È un bel problema quello delle borse schermate» riconosce Carlos Lopez Quijano, sales manager per l’Italia della Checkpoint Systems, «ma noi forniamo ai supermercati dei rilevatori di alluminio. Quando uno entra con la valigia modificata, suona l’allarme e il cliente viene invitato a lasciarla all’ingresso».
Come è sempre stato, la guerra tra guardie e ladri prosegue sul filo della tecnologia. «Sarebbe molto utile poter mettere l’etichetta antifurto all’origine, sul luogo di produzione. Abbiamo stretto un accordo con una grossa catena di supermercati per 10 milioni di paia di scarpe e in quel caso siamo riusciti a far inserire all’interno della suola il segnalatore» dice ancora Lopez.
Impossibile rubare quel paio di scarpe, ma questo tipo di procedura è complicata dalla frammentazione della grande distribuzione.
«Mentre in Spagna il 70 per cento dei supermercati è in mano a quattro gruppi, in Italia la Coop, che è la più grossa, ha solo l’11 per cento del mercato e insieme a Conad, Auchan, Carrefour ed Esselunga si arriva al 40 per cento. Il restante 60 è diviso in una miriade di marchi. Difficile quindi mettere d’accordo tutti sui sistemi di sicurezza» avverte Pierpaolo Lambrini, strategic account della Checkpoint.
In Italia solo il 50 per cento degli ipermercati e appena il 20 per cento dei supermercati è dotato delle barriere antifurto all’uscita e questo costituisce un grande incentivo alle «differenze inventariali». Rubare, come detto, rubano tutti e non solo i clienti che incidono per la metà del maltolto.
Il 40 per cento dei furti è opera dei dipendenti e il 10 è opera dei fornitori.
Nel suo primo rapporto mondiale sui furti nei negozi, la Checkpoint Systems fa anche la classifica delle merci più attaccate dai ladri italiani. In testa le lamette da barba: ben 22 pezzi su 100 spariscono misteriosamente. Seguono le cartucce per stampanti (15 per cento), il parmigiano (10 per cento), i cosmetici (6 per cento), la carne (5 per cento), vini e superalcolici (2,5 per cento), i capi di abbigliamento firmati (1,8 per cento), l’elettronica (1,3 per cento), i telefonini (0,9 per cento), articoli in pelle (0,45 per cento).
Rispetto al 2006 c’è stata una impennata di furti di superalcolici (+22 per cento) e di cosmetici (+12,4 per cento), mentre sono notevolmente calati i furti di scarpe (-18,8 per cento), forse anche per quelle etichette inserite al momento della produzione.
Certo, non come al supermercato della Stazione Termini. Racconta il direttore Petracca: «Mi ricordo
quella volta che avevamo messo sugli scaffali delle belle scarpe Adidas in offerta. Un giorno qualcuno ha lasciato in esposizione quelle sue vecchie e puzzolenti e si è semplicemente messo le Adidas ai piedi ed è uscito. Ha avuto il tempo di provarle, sarà un nostro affezionato cliente».
(Panorama)
|
|
| < Prec. | Pros. > |
|---|
All news, altre notizie
Fai tu la notizia
Hai qualcosa da raccontarci? Ti sei imbattuto in un fatto che pensi meriti l'attenzione dei media? Scrivi il tuo pezzo e invialo a Clandestinoweb, la redazione ti contatterà per pubblicarlo sul sito

.jpg)





Segnalo
OKNOtizie
Smarking
Spurl
del.icio.us
Digg
Furl
Netscape
Yahoo! My Web
Google Bookmarks
Technorati
BlinkList
Newsvine
ma.gnolia
reddit
Tailrank








24 visitatori online
.jpg)



