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Ultimo aggiornamento: 05.07.2008 ore 02:00
Il BOOM diventa SBOOM: le banche americane hanno perso 177mld di dollari Stampa E-mail
01/02/2008
01 feb. - di Francesco Fusco - Le borse mondiali da qualche mese sono in subbuglio, e le grandi banche internazionali sono costrette a svalutare non solo i profitti attesi, che nel 2006 avevano fatto “boom” facendo gratifica i loro top management con “bonus” e stock options da capogiro. Perché sono arrivati i subprime mortgages, vale a dire i mutui concessi a persone che per una serie di ragioni si sono rivelate insolventi.
banca_1.jpg E il boom è diventato “sboom”, facendo registrare alle stesse banche delle perdite catastrofiche e facendo allontanare quei manager che l’anno prima erano stati premiati perché con quei subprime avevano fatto credere in porofitti di prima grandezza.
Si parla di perdite registrate in totale di 177 miliardi di dollari solo dalle banche americane, mentre in Europa, l’inglese Nortrock rischia il fallimento, la Deutsche Bank annuncia perdite, l’UBS, prima banca svizzera annuncia perdite per 14 miliardi di dollari, e la Societè Generale, seconda banca francese mette in luce perdite per 7 miliardi di euro.
Secondo alcuni informatori sembra che tutte queste cifre siano indicate per difetto. Perché oltre ai mutui insoluti ci si aspetta anche l’insolvenza delle famose carte di credito, ovvero “di debito” perché consentono di fare acquisti dilazionando il pagamento, credito al consumo insomma.
La prima ad annunciare perdite per questa ragione è stata Amex, ossia l’emitttente della carta AmericanExpress, A cascata sono arrivate le perdite subite dalla due più importanti compagnie di assicurazioni americane del credito, quelle che hanno sottoscritto i “credit default swap” altri derivati sulle insolvenze.
A rendere impossibili nel breve termine le quantificazioni esatte della voragine viene il fatto che spesso tutti questi crediti concessi sono stati polverizzati e spalmati in certificati chiamati “derivati”, dove assieme a titoli solvibili sono stati mescolati anche quelli insolventi. In proporzioni diverse a seconda del derivato cui si è dato vita e che spesso è finito anche sul mercato retail, ai risparmiatori insomma.
Con l’allarme generale, aggravato da quella che ormai viene considerata una vera e propria recessione dell’economia USA, è arrivata anche un’altra espressione ad arricchire il dizionario finanziario: il “credit crunch”, che tradotto significa la restrizione del credito che le banche fanno alla loro clientela.
Niente più mutui al 100 per cento, niente più carte di credito – anche gratis – a chi in passato ha avuto problemi di insolvenza, ogni debitore potenziale viene guardato al microscopio, e soprattutto niente prestiti fra banche.
In America tutto questo ha contribuito notevolmente alla contrazione dei consumi, una parte dei quali era appunto alimentato dal “credito allegro”, e con questa ristrettezza si è prodotta la prima recessione. Bernanke, il capo della Fed nel giro di pochi giorni con due provvedimenti ha ridotto il tasso di sconto interbancario delle banche Usa dal 4,25 al 3 per cento.
E Bush ha chiesto al Congresso un intervento a favore dei contribuenti di 150 miliardi di dollari per evitare che il Pil 2008 cresca solo dello 0,6 per cento invece del 2,2 registrato nel 2007.
E l’Europa?
La Banca Centrale Europea di Tichet è più preoccupata invece che di una recessione della possibile inflazione dovuta soprattutto ai costi delle fonti di energia, e mantiene fermi i tassi, contribuendo a mantenere forte l’Euro ( con effetti devastanti sulle esportazioni, strette tra valore della moneta e recessione del più grande importatore, vale a dire gli Stati Uniti), mentre il Presidente della Commissione Europea Barroso da Londra, dove Sarkozy ha voluto una riunione sulla situazione finanziaria del continente, annuncia che l’Europa “non ha bisogno di scialuppe di salvataggio, perché i conti sono in ordine, e il Pil medio cresce del 2 per cento circa”.
Sarà, ma a quanto pare non si vuol riconoscere che da sempre le crisi che scoppiano oltre Atlantico si riverberano dopo qualche mese anche in Europa. D’accordo non mettiamo in mare nessuna scialuppa, ma le nuvole nere all’orizzonte preludono una forte tempesta. Attendere che i marosi ci colpiscano ci sembra un atto di incoscienza.
Che la “libido dominandi” di chi vuole ad ogni costo un euro sempre più forte non potrà giustificare quando i marosi assaliranno la barca europea.- Francesco Fusco
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