| INTERVISTA A DACIA MARAINI, PRIMA VINCITRICE DEL PREMIO “LIALA” |
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| 09/05/2008 | |
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9 Mag. - di Giovanni Zambito. Il “Premio Internazionale Liala. Il volo. L’amore” nasce da un accordo tra Macchione srl e il Comune di Varese e da oggi verrà assegnato annualmente a uno scrittore di chiara fama internazionale. La consegna del Premio avviene direttamente nelle mani del vincitore, nel corso di una speciale conferenza-intervista dedicata in particolar modo ai giovani. Si connota quindi come un’iniziativa
diversa rispetto ad altre istituzioni letterarie. Stamattina al Teatro
Apollonio di Varese, assieme alla cittadinanza onoraria, il premio è stato
consegnato a Dacia Maraini, che
stasera stessa presenterà il suo ultimo romanzo Il treno dell’ultima notte (Rizzoli, pp. 430 - 21,00 €): “Questa
del premio Liala - ammette a ClandestinoWeb - è davvero una bella formula ecco
perché ho accettato. Uno scrittore ha la possibilità di incontrarsi non solo
con l’aspetto burocratico, ma soprattutto con i lettori e in modo particolare
con i giovani”.
Che domande si aspetta dai lettori giovani? “Difficile prevederlo, ma basandomi su incontri precedenti credo ci sia un interesse da parte loro per la memoria storica, tipico di chi non ha vissuto particolari momenti come quelli della guerra fredda descritti nel libro e quindi sapere di più su Kruscev, sullo stalinismo, sui suoi effetti in Italia, sui rapporti con i Paesi dell’Est. C’era davvero una netta divisione fra i due blocchi ed era quasi impossibile recarsi in quei Paesi se non grazie a dei permessi speciali. Quindi la curiosità c’è e siccome la memoria collettiva tende a disperdersi e gli strumenti di comunicazione di massa tendono a disperderla legandosi al presente, i giovani, quando sono sollecitati, rispondono con entusiasmo” Tra le motivazioni ufficiali dell’assegnazione del premio Liala c’è quella dovuta alla sua costante attenzione verso le tematiche sociali. Ce n’è una che le sta particolarmente a cuore? “Sono sempre stata attenta al reale e al sociale, le cose che mi appassionano di più. E argomenti come la persecuzione degli ebrei, la storia degli anni ’30 e ’40 in Polonia e in Germania, sono immagini che mi accompagnano: sono stata tre anni in un campo di concentramento” Nel romanzo il bibliotecario magiaro Horvath e l’esperto in migrazioni Hans trasmettono alla protagonista Maria Amara, giornalista alle prime armi, coraggio e positività. Rappresentano dei tipi oppure sono attinti dalla realtà? “Sono personaggi che s’ispirano a persone reali che ho incontrato in altre circostanze, specialmente durante un viaggio” Maria Amara parte alla ricerca del suo Emanuele. Quale viaggio lei ricorda in speciale modo? “Ho fatto tantissimi viaggi. Ce n’è uno che mi avvicina al libro, effettuato alla fine degli anni ’50 con un treno della gioventù partito da Roma e che ha attraversato Budapest, che ho visto poco dopo il ’56 con ancora i buchi delle cannonate: posso veramente dire di conoscerla” Che eredità lascia il Novecento come secolo? “È un secolo drammatico, il secolo delle utopie nazista e comunista. Certo, l’utopia del comunismo è nata su un’idea di uguaglianza, solidarietà, internazionalismo e le persone morte per realizzarla vanno rispettate; alla fine non è stato possibile realizzarla e applicarla. Ma è ben diversa dall’utopia del nazismo che partiva già da un progetto di morte, violenza, sopraffazione, di eliminazione di una razza considerata inferiore. Oggi si tende a dire che l’una vale l’altra, ma non è così” Quali effetti ha avuto il comunismo sul nostro Paese? “Il nostro Paese ha avuto un rapporto strano, tutto suo col comunismo: è stato il primo paese europeo con il più grande partito comunista ma al contempo quello che più velocemente ne ha preso le distanze pur avendone proposto un rinnovamento. Ci sono delle autocritiche da fare: per esempio verso Budapest il Pci ha commesso un grave errore abbandonando gli amici ungheresi e mettendosi dalla parte dei più forti, i carri armati sovietici. Andrebbero riviste quindi la posizione di Togliatti e la storia del partito” Può un libro come il suo contribuire a comunicare meglio certi eventi storici? “Il mio non è un libro storico ma un racconto in cui cerco di entrare nel dramma delle persone attraverso i loro rapporti umani. Maria Amara è ingenua, giovane, il suo è un giornalismo fallimentare: è una testimone candida senza un’esperienza e mi sta a cuore perché il suo candore è un modo di leggere la storia non prevedibile o pregiudicato. È come se rivedesse con uno sguardo incantato e spaventato fatti storici che la toccano da vicino: un’esperienza che si rivelerà formativa perché la cambierà” Ci sono pro e contro nello spaziare in diversi generi letterari come fa lei? “Io mi considero una raccontatrice di storie e le vado a cercare ovunque persino nei quadri. La mia è una ‘pittura narrativa’ e anche quando scrivo teatro o poesie inseguo sempre delle storie e mi mantengo fedele al mio modo di raccontarle. Anche se cerco di esprimermi in diversi generi, il mio rapporto rimane sempre quello della narratrice” (Giovanni Zambito) scritto da Lia, maggio 15, 2008 MI piace la definizione pittrice narrante le si addice, è proprio sua, perche' scrive con i colori che ha dentro il suo cuore narrando fatti spesso da lei vissuti |
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