| INTERVISTA A PAMELA VILLORESI, DIRETTORE DEL FESTIVAL DELLA SPIRITUALITA’ |
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| 21/03/2008 | |
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21 Mar. - di Giovanni Zambito. Dopo l’inaugurazione di sabato scorso con il maestro Luis Bacalov, la prima edizione del Festival della Spiritualità Divinamente Roma è continuato con altri prestigiosi appuntamenti con l’attore Alessandro Haber, la cantante Antonella Ruggiero, il coreografo Micha van Hoecke, fino all’appuntamento di stasera “Poesia di umano dolore che trascende nel confronto col divino”, vale a dire “La Passione” scritta da Mario Luzi per Giovanni Paolo II per la Via Crucis del 1999, nell’interpretazione di Pamela Villoresi, accompagnata dalle musiche del Maestro Luciano Vavolo, nel settecentesco Teatro Goldoni di Palazzo Altemps. A chiudere il cartellone, negli spazi
multimediali della Casa del Cinema a Villa Borghese, sarà il
concerto Tibetan prayer di Yungchen Lhamo lunedì 24 marzo alle
ore 11.00.
“Il Festival della Spiritualità vuole essere un’occasione di conoscenza - dichiara la Villoresi, direttore artistico della manifestazione - che dissolve i pregiudizi: tanti voci da tutto il mondo cercano di essere ascoltate e rappresentano tante vie per cercare Dio e l’assoluto dentro di noi. Ognuno ha la sua via e ha voglia di raccontarlo all’altro; conoscendoci credo che si possa arrivare a una comunione, a scoprire i punti che ci sono in comune fra tutti gli esseri del mondo che sinceramente lo cercano” Stasera lei leggerà i versi di Luzi… “Al Palazzo Altemps leggerò la Via Crucis scritta da Mario Luzi che fa dire al Cristo rivolto al Padre: “Tu sei dovunque, ma l’uomo dovunque non ti trova”. Non pretendiamo di indicare la via, ma almeno di cercarla insieme”. Quanto l’arte può aiutare in questo? “L’arte è sempre stata un grillo parlante e Roma storicamente è una città religiosa ma anche nella storia assolutamente recente con tutte le iniziative e gli incontri per favorire la comunione fra le religioni: si parla addirittura di fare un palazzo delle religioni unite, una sorta di Onu delle religioni. Spero che questo Festival possa essere la prima pietra di questa ambizioso e giusto progetto. Se l’amore divino si manifesta attraverso la bellezza, l’arte è un buon veicolo di trasmissione d’amore” Non c’è il rischio di non saper o non poter cogliere tale bellezza? “A quel che si dice, la voce di Dio è un sussurro e più si fa rumore più è difficile sentirlo: il percorso di autoconoscenza e autocoscienza e di illuminazione, qualunque strada si scelga, ha bisogno di attese, di tempi. Ora più se ne toglie, meno possibilità ha di effettuare un percorso più serio e di arrivare a un equilibrio con sé e la bellezza del mondo: se uno non si dà il tempo, non la vede nemmeno e allora quante primavere sprecate, quanti soffi di vento e alberi in fiore…” Come vede e vive i giorni del triduo pasquale? “Intanto io ebbi la fortuna di leggere l’ultima Via Crucis che Giovanni Paolo II vide, perché l’anno dopo stava troppo male per essere presente. È un periodo importante: la simbologia della resurrezione è forte, nel senso che ci vuole suggerire che c’è sempre un modo di rinascere dalle nostre proprie ceneri, dai nostri periodi neri ed errori. Quindi è una simbologia anche per chi è di un’altra religione e aiuta a darsi un percorso: anche nei momenti più cupi della nostra vita e quelli in cui ci sentiamo più sbagliati e ci siamo più perduti, in cui abbiamo divorziato da noi stessi, questa possibilità di rinascere è un’immagine forte” Non si puntualizza maggiormente l’aspetto della passione rispetto a quello della risurrezione? “Sì, lo penso anch’io: una delle prime cose religiose che ho fatto era un percorso di poesie, da san Francesco a madre Teresa di Calcutta, proprio sulla gioia della spiritualità: credo che questo aspetto materno, la Shakti direbbero in India, accoglie, consola, ama e rasserena; un lato che in effetti nella storia la Chiesa ha trascurato. Perché non suggerirlo noi?” Progetti per la prossima stagione teatrale? “Ho commissionato un testo a Giuseppe Manfridi, che sarà lo spettacolo che porterò in scena la prossima stagione: è sugli ultimi trent’anni di Marlène Dietrich con tutte le canzoni del cabaret tedesco. È stata una grande donna che come tanti artisti è stata molto egoriferita, egocentrica: quanti di noi fanno dei familiari che stanno attorno carne da macello? Una donna molto bella, che arriva a un’età in cui non ha più il potere della bellezza e questa non accettazione della vecchiaia e della morte è un tema molto vissuto, non solo dalle donne” (Giovanni Zambito)
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