| INTERVISTA A UGO PAGLIAI, DAL 19 LUGLIO “RE LEAR” AL GLOBE THEATRE DI ROMA |
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| 18/07/2008 | |
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19 lug. - ESCLUSIVA - di Giovanni Zambito. Generalmente considerata
una delle migliori tragedie di William Shakespeare, “Re Lear” è basata
sulla leggenda di Leir, un re della Britannia prima che questa
diventasse parte dell’Impero Romano. Nella storia già narrata in
cronache, poemi e sermoni, così come sul palco, William Shakespeare
introdusse nella vicenda la morte di Cordelia e di Lear nel finale.
Nei secoli XVIII e XIX questa conclusione tragica ricevette molte critiche, e furono scritte e rappresentate versioni alternative, in cui i personaggi principali si salvavano dalla morte. E adesso rivive a Roma nella versione scenica di Daniele Salvo e la traduzione di Emilio Tadini, in programma dal 19 luglio al 3 agosto al Silvano Toti Globe Theatre e ad interpretare il Re Lear sarà Ugo Pagliai intervistato da ClandestinoWeb.
“Una delle ragioni per cui ho accettato di farlo - confessa - è dovuta alle sperimentazioni del Globe Theatre, un teatro elisabettiano dove la parola e la storia sono raccontate in maniera diversa con elementi poveri e basate sulla fantasia del regista e di tutti gli interpreti”.
Che rapporto intrattiene col personaggio?
“Un testo come “Re Lear” così lungo pone l’attenzione sul rapporto di incomprensione e cecità fra padre e figli, in cui gli interesse vanno al di sopra dell’autenticità di un rapporto”.
Visti i fatti di cronaca è un argomento quanto mai attuale…
“Shakespeare è sempre attuale anche se ha scritto 500 anni fa. Tra le vecchie e le nuove generazioni c’è sempre stata conflittualità, il potere che viene lasciato e poi continuamente inseguito da chi lo cede e chi lo prende vuole trarne una propria soddisfazione e interesse. È una storia che si ripete continuamente: oggi come oggi c’è più cattiveria ed egoismo. Forse come dice Shakespeare la cosa più importante è che ad un certo punto “i vecchi non servono più e i giovani devono prendere le redini”: magari è così, però è l’ambizione che fa muovere i giovani e non il bene comune del contesto in cui vivono”.
Il ruolo di Re Lear è stato recitato da molti grandi attori, ma generalmente è considerato una parte che può essere recitata solo da coloro che hanno raggiunto un'età avanzata. Che ne pensa? Come vive il passare del tempo?
“Facendo teatro non mi pongo la questione. Direi una sciocchezza se volessi fare i personaggi che con successo ho interpretato 30-40 anni fa: in teatro ci sono ruoli per tutti, dal primo attore al caratterista, al promiscuo. Per alcuni personaggi è necessaria una certa maturità e per Re Lear l’esperienza e la conoscenza della vita aiutano sicuramente a sfumare qualche aspetto che rimarrebbe nascosto”.
C’è un personaggio impersonato a teatro che ha sentito subito e che le è rimasto particolarmente a cuore?
“Devo dire un po’ tutti: sono una spugna e prendo molto da loro vivendoci in simbiosi. Forse mi hanno pure cambiato il carattere: da “Faust” a “La bottega del caffè” a “La Mandragola” ho interpretato parti così diverse fra loro che tutte mi hanno lasciato dentro qualcosa e hanno pure arricchito il pubblico”.
E della tragedia di Re Lear che cosa pensa resterà maggiormente?
“È un viaggio nel dolore, nella consapevolezza della fine, nel rapporto con Dio e la natura che governa ogni cosa. Per esempio, la ragione per cui Re Lear decide di dividere il suo regno alle tre figlie gli fa conoscere l’ingratitudine che lo inoltrerà in un faticoso percorso e alla pazzia, alla regressione fanciullesca, verso la morte”.
Come si pone verso i tanti autori che ha messo in scena?
“Goldoni, Pirandello, Molière, Shakespeare sono geni: l’umiltà è alla base della loro comprensione. Se uno si mettesse in combutta con loro troverebbe solamente lo spazio per raccontare qualcosa di se stesso ma non del mondo che i personaggi rappresentano. I grandi personaggi non si sa mai bene da dove vengano e come arrivino”.
Protagonista di gloriose fiction come “Il segno del comando” e “L'amaro caso della Baronessa di Carini”, come si è trovato a recitare in quelle recentissime? In che cosa è cambiato il grande sceneggiato di una volta?
“Ho avuto la fortuna di fare gli sceneggiati con gente molto importante e che sapevano scrivere: era un modo di lavorare unito e davvero particolare. Non mi sento di entrare in merito alla cosiddetta fiction di oggi: non faccio più parte di tale creatività. Personalmente sono ancora grato di avere avuto la possibilità di interpretare alcuni ruoli che andavano aldilà di una figura”. Giovanni Zambito
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