| INTERVISTA CON MARCO PRESTA, L'ULTIMO ITALIANO A ROMA FINO AL 20 MARZO |
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| 04/03/2008 | |
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4 Mar. - di Giovanni Zambito - Pensate che il livello culturale, artistico, politico del nostro bel Paese si sia da qualche anno a questa parte abbassato? Che non ci sono più gli artisti, gli inventori, i geni di una volta? Non avete ancora visto lo spettacolo “L’ultimo italiano” che Marco Presta da stasera porterà in scena fino al prossimo 20 marzo sul palco del Teatro Vittoria di Roma. Il titolo la dice già lunga e
le note di regia curata da Fabio Toncelli, co-autore con lo stesso
Presta del testo, confermano la prima impressione: la nuova commedia
infatti “racconta la tormentata ricerca, da parte di una studiosa
romantica e cocciuta, dell’ultimo esemplare di una razza
ormai sparita dalla faccia della terra: l’Italiano”.
Marco Presta, dal 1995 impegnato quotidianamente nella oramai trasmissione radiofonica cult “Il ruggito del coniglio” di Radio2 con Antonello Dose dal lunedì al venerdì dalle ore 8.00, non è nuovo a questo genere di spettacolo teatrale, ma vederlo e sentirlo argomentare sulla futura e probabile estinzione dell’italiano è un’occasione imperdibile. Accanto a lui gli attori Cristina Aubry, Giancarlo Casentino e Riccardo Manzi: ClandestinoWeb lo ha intervistato. Fra teatro e radio come fai a districarti? “Cerco soprattutto di sopravvivere dato che per andare in onda alla radio mi alzo ogni mattina alle sei e i ritmi del teatro t’impongono di stare alzato fino a tardi. È difficile, ma devo riuscirci” In che senso l’italiano va estinguendosi? “È un’ardita metafora: qui il riferimento è allo stato di creatività e di vitalità intellettuale del nostro Paese e fino a quando ci additeranno le canzoni di Sanremo come esempio non possiamo che collocarci sull’orlo dell’estinzione. Nella trama dello spettacolo immaginiamo che l’unico italiano rimasto sulla terra viva ad Helsinki e non sa di esserlo. Una studiosa cercherà di far emergere in lui quei tratti tipici dell’italianità” Quali sarebbero gli aspetti che ci identificano agli occhi di chi non è italiano? “La cosa curiosa è che quando siamo alla presenza di stranieri vengono fuori di noi solo gli aspetti positivi cioè il senso di ospitalità e di accoglienza, la simpatia e la genuinità. I veri problemi sono all’interno del condominio: siamo abituati a fregarci fra di noi” Per quanto riguarda lo Stato italiano, non credi che sia il Vaticano a rappresentarci maggiormente? “Hai ragione: paradossalmente accade questo. Il Vaticano esiste ancora come Stato e ci suggerisce di fare o non fare ciò che reputa opportuna. Lo Stato italiano, invece, è oramai un’immagine artificiale, latitante, non c’è più. E il senso dello Stato manca proprio perché non esiste lo Stato; un po’ come fino ad una certa età si crede all’esistenza di Babbo Natale: arriviamo poi a capire che non esiste e quindi non ci si crede più. Lo Stato italiano è impalpabile, una leggende destinata ad essere tramandata nel futuro come tante altre leggende” Allora il passato glorioso dell’Italia che valore può assumere? “Pensando in maniera ottimista dovrei risponderti che dovrebbe stimolarci ma non lo credo molto. Diciamo che a mio avviso abbiamo dato tutto quello che avevamo da dare, un po’ come Altafini nell’ultima stagione giocata nella Juventus: si sapeva che davanti aveva poca carriera. Purtroppo in questo passaggio storico non abbiamo molto da dire: magari passerà ma non così velocemente” Credi che dovremmo ormai pensare in modo ‘mescolato e meticcio’? “Esattamente: non è una scomparsa della nostra ‘razza’, ma un’evoluzione, un’occasione per rilanciare la nostra cultura e la nostra vitalità artistica: rispetto al passato non ci sono più nomi rappresentativi nei diversi campi dell’espressione” Se da un lato bisogna difendere ciò che è proprio dell’Italia, dall’altro c’è chi elogia e segue solo ciò che viene dall’estero… “Quello è provincialismo. Trovo un po’ ridicolo e grottesco affidarsi a una moda: è un atteggiamento che non mi piace”. Giovanni Zambito |
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