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Ultimo aggiornamento: 21.08.2008 ore 08:53
INTERVISTA ESCLUSIVA A ROSA TERUZZI, AUTRICE DI “NULLA PER CASO” Stampa E-mail
29/05/2008
29 mag. - di Giovanni Zambito - Giornalista, caporedattore di Videonews e curatrice del rotocalco televisivo “Verissimo”, di cui è stata anche conduttrice, Rosa Teruzzi ha da poco pubblicato il romanzo “Nulla per caso” (Sperling & Kupfer editore, pp. 210, € 16,00): si era già cimentata nella scrittura di diversi racconti - alcuni dei quali premiati - ed è tra le autrici presenti nelle antologie “Cuori di Pietra” e “Facce di bronzo” edite da Mondadori.
teruzzi_280x200.jpg Narrata in tono agrodolce, il libro è la crescita sentimentale e professionale di Irene, una giovane donna, cronista di “nera” in un quotidiano milanese, precaria sia sul lavoro che sul piano sentimentale, visto che s’innamora sempre degli uomini sbagliati. La prima domanda non può che vertere sulle possibili affinità esistenti fra personaggio e autrice: “Non è un personaggio autobiografico - dichiara a ClandestinoWeb - intanto per una questione anagrafica: Irene ha 25 anni, io 43.
È una giornalista precaria - io lo ero quando mi occupavo come lei di cronaca nera - per “La Notte”; ‘entrambe’ viviamo e lavoriamo a Milano. È ovvio quindi che nel libro ci sono delle cose mie, le esperienze fatte da giovane giornalista”
Come si presenta Irene al lettore di “Nulla per caso”?
“Oltre ad esserlo dal punto di vista professionale, Irene è una donna precaria anche sentimentalmente parlando: il suo capo la chiama “amore, tesoro” solo per farla lavorare di più. Ad un certo punto scopre in sé un dono, la capacità di entrare in empatia con chi soffre, di sentire il dolore e non la gioia delle persone: le si rivela come una maledizione visto che per il suo lavoro ha a che fare con parenti di vittime e con i carnefici. È stata l’idea base del romanzo che m’è venuta in mente durante un viaggio fatto in auto col mio fidanzato”
Irene ti ha aiutato inconsapevolmente e inaspettatamente a scoprire lati inediti di te stessa?
“Diciamo che le ho attribuito cose che ho scoperto io: il libro è la crescita di un personaggio che da uno stadio in cui è convinta di essere sfortunata e vive le cose con un atteggiamento vittimistico, arriva ad accettare di essere responsabile della propria vita, di accettare la perfezione della madre e l’abbandono subito dal padre, se stessa così com’è senza giudicarsi: da qui comincia la sua vera vita, che cambia nel momento in cui Irene si arrende al suo dono”
La narrativa è sempre stata un tuo “sogno nel cassetto”?
“Sì, da quand’ero piccola: le altre bambine sognavano di sposarsi, di diventare attrice o cantante, mentre io mi vedevo vecchia e sola, a scrivere mangiando una pizza in una casa sulla scogliera un po’ alla Jessica Fletcher. Per tanti anni non credevo di riuscirci finché un giorno non lessi un articolo su “Vanity Fair” che spiegava come diventare scrittori di successo a 40 anni. Ebbene, io avevo 40 anni e decisi d’iscrivermi a una scuola di scrittura creativa fino a quando nell’estate 2006 ho scritto il romanzo”
Quindi risultano davvero utili certe scuole di scrittura?
“Sono utili perché incontri altri che desiderano scrivere e pubblicare come te, condividendo così lo stesso sogno, frequentando scrittori ed editor che ti danno forza e a proposito ringrazio Davide Pinardi che mi ha consigliato di non costruire la storia in sé, ma i personaggi e il mondo narrativo, e così gradualmente Irene, la madre e gli altri hanno preso forma fino a parlare con la loro voce e a camminare da soli. Così mi sono sbloccata: ero ferma da due anni sui primi due capitoli e non riuscivo a proseguire”
Ma l’atto della scrittura ti è venuto naturale?
“È stato molto faticoso. Nell’estate in cui decisi di scrivere il romanzo, la prima mattina davanti al pc mi venne un mal di testa che durò tre giorni. Sbloccatami, ho scritto ininterrottamente per un mese e mezzo, dalle otto di mattina fino alle quattro del pomeriggio saltando i pasti: ero felice perché potevo scrivere e più scrivevo più ero felice”
Com’è andata a livello di editing?
“Volevano che cambiassi il finale ma io ho insistito perché rimanesse così. Ho avuto una discussione con la mia editor Ilde Buratti, donna straordinaria, perplessa sul fatto che nel libro non fosse presente neanche un bacio. Per me è importante far capire che Irene quando incontra il commissario De Feo di cui s’innamora è felice per il fatto che gli altri iniziano ad amarla perché lei stessa comincia a piacersi”
Quali autori prediligi nella lettura?
“Ho cominciato a leggere da piccola: c’è una foto che mi ritrae a cinque anni in cui, grassissima, mangio un panino e vicino alla cuccia del mio cane leggo il libro di Anguissola Giana “Violetta, la timida”, una ragazza che desidera diventare una giornalista. Amo molto Dumas, Dostoevskij, Scerbanenko che mi ha fatto scoprire i gialli, da a Camilleri e i classici. Sono un po’ carente nella letteratura americana contemporanea: conosco Joe Lansdale e Philip Roth. E poi adoro tutto ciò che è feuilleton”
Quale Milano viene fuori dal romanzo?
“È la mia città, ma non quella modaiola e degli aperitivi, ma popolare e borghese. La casa di Irene è quella dove sono cresciuta io, alla periferia dei Navigli dove s’incontrano i mondi, in cui sono presenti fotografi famosissimi alle pensionate”
Il dono di Irene vuole essere un invito indiretto a fare più attenzione a chi ci sta vicino?
“Sì, credo molto nell’empatia, nella sensibilità e nella gentilezza. Penso che la fiducia è la base e che quando si crede che si possa ricevere bene, si riceve bene veramente. A mio avviso, il pensiero crea la vita che si realizza esattamente nel modo in cui la pensi: se si crede nelle cose che si possono fare allora si realizzano sul serio, certo con i tempi che ci vogliono, ma davvero nulla avviene per caso. Non c’è cosa peggiore dell’essere pessimisti” Giovanni Zambito
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