| INTERVISTA: ROBERTO VALENTINI, “SCIMPRU”: L’ONORE E LA GELOSIA DIVENTANO TRAGEDIA |
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| 27/07/2008 | |
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27 lug. - INTERVISTA di Giovanni Zambito - Uscito lo scorso 15 luglio per Dario Flaccovio Editore, il romanzo dell’emiliano Roberto Valentini intitolato “Scimpru” (pagg. 103, € 11,50), parola sarda che significa “scemo”, è la storia di una banda di rapinatori di ville che agisce tra la Sardegna e l’Emilia.
L’ultima delle rapine si conclude con un duplice omicidio che intensifica le indagini dell’ispettore Alfred Rento, un poliziotto italoamericano con la passione del ciclismo. Al movente economico delle rapine, Rento scopre che se ne affiancano altri, più morbosi e legati alla vita interiore dei protagonisti. La scrittura limpida, il linguaggio preciso, la narrazione a flashback con un rapido alternarsi dei piani tra passato e presente, scandiscono i tempi densi del racconto fino alla conclusione ineluttabile che passa attraverso la conoscenza sì del protagonista ma anche della determinazione di Maria Marras, dell’animo tormentato del fratello Marcello, della seconda occasione di Luigi Lugli e così via. ClandestinoWeb ha intervistato lo scrittore che ammette subito di essersi ispirato a fatti di cronaca: “Il mio modo di intendere il noir - dichiara Roberto Valentini - parte sempre dalla realtà e dall’attualità ma cerca di indagare nei sentimenti profondi dell’animo umano, quelli che non cambiano mai”.
Quali notizie di cronaca l’hanno ispirata in particolare?
“Fino a qualche anno fa l’Emilia era un’isola felice: benessere, senso sociale diffuso, poca criminalità ordinaria (c’era quella politica delle bombe e della Uno Bianca, ma è un’altra storia). Oggi le cose sono cambiate e gli assalti in villa sono all’ordine del giorno, così come le infiltrazioni camorristiche nell’edilizia, e quelle mafiose nel tessuto economico. La pacchia è finita anche per noi e mi è venuto naturale rimarcarlo”.
Quanto l'aspetto fisico di Alfred Ranto corrisponde (o non) al suo mondo interiore?
“Una bella domanda: non ci avevo pensato, ma senza dubbio il suo essere “muscolare” da centravanti di sfondamento si rispecchia nel suo mondo interiore, deciso e conclusivo, ma ingentilito anche da un cotè delicato e sentimentale. Del resto, tutti abbiamo la faccia che meritiamo”.
A suo avviso davvero gli americani risultano più intuitivi e gli europei più deduttivi come testimonia la formazione di Alfred Rento?
“Ho frequentato spesso gli americani per motivi professionali e secondo me la loro parte migliore sta nella fiducia e nell’ingenuità che mettono nelle cose. Per esempio, anche negli affari banali, e non solo in quelli di Stato e delle stagiste, la menzogna non viene perdonata. Forse questo spirito si è perso nella rozzezza violenta dell’amministrazione Bush, ma speriamo che le nuove elezioni riportino la primavera”.
E gli europei?
“Quanto a noi europei continentali sì a volte ci perdiamo dietro a una deduttività aristotelica che nell’urgenza dell’azione può essere un limite. L’approccio empirico, con tutti i suoi limiti, è una tradizione anglosassone, da John Locke a Tony Blair e ha dato i suoi risultati, nel bene e nel male”.
C'è più di un riferimento all'età di Ranto e Marras che sembrano non essere né giovani né vecchi: è una riflessione che fa spesso lei personalmente?
“Sì, hanno entrambi un’età di mezzo in cui la giovinezza è alle spalle e la vecchiaia lontana, l’età in cui un uomo si gioca il suo destino e ci stava bene in questo libro, dove ho cercato di trasmettere un senso di ineluttabilità. Quanto a me, non penso mai alla mia età: mi sento “per sempre giovane” come cantava Bob Dylan; scherzo naturalmente e anzi, non credo che il mito romantico della giovinezza sia necessariamente un valore positivo”.
A proposito, Bob Dylan è citato due volte. L'ha influenzata anche dal punto di vista letterario?
“Beh, io sono un “dilaniato” di lunga data, anche se da ormai con uno spirito critico. Ma è indubbio che certi versi di Dylan li ho incisi nell’anima”.
In riferimento all'attualità e parafrasando una frase di “Scimpru”, crede che "il senso di impunità possa scatenare gli istinti peggiori dei banditi"?
“Credo di sì. Anche un soldato quando si crede intoccabile dalla giustizia dà il peggio di sé, figuriamoci un bandito".
La maggior parte di questi 'banditi' sono stranieri clandestini. Che pensa dello stato d'emergenza proclamato dal consiglio dei ministri due giorni fa?
“Credo che le due cose non siano collegabili. Sono decisamente contrario alla proclamazione dello stato di emergenza. Io da sempre sono un fautore della società aperta di Karl Popper e credo che il meticciato, le mescolanza e il relativismo siano portatori di virtù. D’altronde è vero purtroppo, oggi in Italia come all’inizio del secolo nella New York dei “padrini” siciliani, che l’immigrazione porta con sé problemi di ordine pubblico che devono essere gestiti, a volte anche con fermezza”.
A pag. 42 si legge: "un'operazione speculativa...favorita dal governo di centrosinistra, lo stesso che aveva promesso di bloccare la cementificazione delle coste": aldilà del fatto specifico s’intuisce quasi una critica al governo che fu. È così?
“Beh, aver sprecato non una ma due occasioni storiche per realizzare finalmente un governo di sinistra mi sembra imperdonabile. Il tanto criticato Prodi ha battuto due volte su due Berlusconi e il centrosinistra per sostenerlo doveva cambiare, cosa che non ha fatto”.
Quanto c'è di conoscenza personale dei luoghi di ambientazione del romanzo?
“Nonostante abbia visto tanta parte di mondo ho messo piede in Sardegna solo 3 anni fa, nel Sulcis appunto, e sono rimasto incantato dalla forza di quei paesaggi e dal carattere delle persone, dall’apparenza aspra ma dalla sostanza schietta. Così è nata questa idea”.
Una curiosità: è una coincidenza voluta il nome di Marras con quello della dedica iniziale?
“All’inizio questo romanzo doveva essere un lavoro a quattro mani con Marcello Fois, La storia di un bandito sardo e di un poliziotto emiliano; poi per motivi vari il progetto è saltato, ma la storia l’avevo dentro e l’ho finita da solo, dedicandola ovviamente al mio caro amico Marcello. È un libro che mi ha impegnato molto sul piano stilistico: la narrazione procede con un linguaggio essenziale e con piani temporali sfalsati tra passato a presente quasi a rappresentare la psicologia sospesa dei personaggi. come ho detto prima Volevo dare un senso di ineluttabilità del destino. Spero di esserci riuscito”. Giovanni Zambito.
scritto da michele, agosto 11, 2008 ho comprato il libro e l'ho trovato abbastanza gradevole. forse mi sarebbe piaciuto più lungo |
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