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Ultimo aggiornamento: 06.10.2008 ore 19:14
La "Norimberga asiatica", dopo 30 anni alla sbarra i leader dei Khmer rossi Stampa E-mail
21/11/2007
21 nov. - Alla sbarra i leader ottuagenari dei Khmer rossi, ma nessuno vuole condannarli. A vista d’occhio l’elemento più forte di questa Norimberga asiatica, il processo iniziato ieri a Phnom Penh contro gli ex leader dei Khmer rossi, è la differenza di età, i cinque ex leader accusati di crimini contro l’umanità sono ottuagenari,
sopravvissuti a se stessi, prima ancora che ai propri stermini e ad anni di guerriglia nella giungla: con i vietnamiti contro gli americani, poi con gli americani contro i vietnamiti, sempre con i cinesi.
khmer_rossi.jpgDavanti a loro ci sono 14 milioni di cambogiani con un’età media di 21 anni.
Il 34 per cento dei cambogiani oggi ha meno di 14 anni.
Circa l’80 per cento della popolazione infatti è nata dopo il dicembre del 1978, quando Hanoi invase la Cambogia per porre fine al regime dei Khmer rossi, che stava sistematicamente massacrando la sua stessa gente.
Invece quelli con più di 65 anni, nella fascia di età degli imputati, sono appena il 3 per cento della popolazione.
Già in queste cifre c’è tutta la drammatica eredità di quelle stragi.
I circa due milioni di morti, circa il 25 per cento della popolazione di allora - uccisi dai Khmer rossi non per la purezza della razza ma per la purezza del pensiero - hanno messo fine, fisicamente, alla storia secolare della Cambogia antica.
Una tabula rasa che ha avuto come conseguenza anche un’esplosione di natalità e vita che ha fatto più che raddoppiare il numero della cambogiani in meno di 30 anni.
In questa cornice il processo appare uno strano teatrino.
Fino a una settimana fa, gli imputati vivevano vite confortevoli, liberi, in lussuose ville alla periferia di Phnom Penh.
Come del resto circa ventimila ex miliziani dei Khmer rossi vivono liberi e indisturbati.
Hun Sen, il primo ministro, se pure portato al potere dai vietnamiti, ha cominciato la sua carriera politica tra i Khmer rossi.
Molti ex subalterni dei cinque leader oggi sotto processo fanno parte del governo di Hun Sen. I cambogiani hanno uno spaventoso ricordo dei Khmer, ma odiano anche, e forse di più, la successiva invasione vietnamita, finita solo con l’accordo di pace del 1991, sostenuto dall’Onu.
Ora il primo ministro Hun Sen sostiene il tribunale, ma è improbabile che voglia arrivare alla condanna a morte degli imputati.
Molti di loro nel corso dei decenni hanno stretto patti con troppe persone di troppi Paesi.
Dopo la caduta del regime la Cambogia era diventata importante per un complicato gioco geopolitico da Guerra fredda, in cui cinesi e americani combattevano l’espansione di russi e vietnamiti in Asia.
La pace del 1991, raggiunta su iniziativa thailandese, fu ottenuta con il patto di seppellire i torti passati e voltare pagina sui massacri degli uni e l’invasione degli altri.
E oggi quattro dei cinque imputati si vantano di essere stati perdonati dal re di Cambogia Norodom Sihanouk.
Il processo però ha cominciato con la manovalanza. Ieri è stato ascoltato Dhuc, il carnefice, il torturatore dei Khmer rossi, l’unico che si è poi pentito, anche se il pentimento non è una prova.
I suoi avvocati ieri hanno chiesto che potesse essere liberato in attesa di giudizio poiché «si stavano violando i suoi diritti umani».
L’affermazione ha fatto scoppiare le risate tra il pubblico, memore che Dhuc aveva torturato e ucciso almeno 21 mila persone nel carcere dei Khmer rossi.
La sua testimonianza sarà cruciale. Dhuc ha ammesso il suo ruolo nei massacri, ma ha detto di avere agito alle dirette dipendenze della leadership del regime.
Gli ordini scritti di eliminazione venivano compilati spesso da Khieu Sampan, ma erano frutto di decisioni di tutta la dirigenza.
Queste sue affermazioni dovrebbero inchiodare gli altri quattro imputati, ove ve ne fosse bisogno.
Però è già chiaro che la chiave del processo non saranno le testimonianze, ma la politica.
Per questo non è del tutto esatto parlare di «Norimberga cambogiana».
Quando i gerarchi nazisti vennero catturati e processati in Germania, e quando lo fece Israele, c’era una chiara volontà di condannarli.
Questa volontà non sembra evidente tra le mille ombre della giungla politica cambogiana. Hun Sen guida il Paese da quasi 30 anni, un supercamaleonte della politica, indifferente ai cambi di clima domestici e internazionali, grande autocrate del Paese, in bilico tra l’influenza thailandese e quella vietnamita.
Hun Sen, coetaneo, amico e nemico per decenni dei cinque imputati, potrebbe sentirsi più debole con una condanna dei cinque.
Senza di loro i ventenni cambogiani potrebbero decidere che forse è arrivata anche l’ora di sbarazzarsi di lui, troppo compromesso e da troppi anni al potere.
Allora, dopo l’eventuale condanna del tribunale dell’Onu, potrebbe arrivare il perdono del re e della politica. Per i re dei torturatori ci potrebbe essere una tranquilla morte in casa, senza pentimenti.(LaStampa)
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