| LEGAMBIENTE: Le 10 megalopoli del mondo a rischio per i cambiamenti del clima |
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| 06/12/2007 | |
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6 dic. - Bangkok, Giakarta, Lagos, Shanghai, Rio de Janeiro, Dacca, Karachi, Il Cairo, Citta' del Messico, Bombay a rischio per l'effetto serra. Legambiente ha redatto un dossier in concomitanza con il vertice sul clima di Bali. Le citta' ''nel 2008 ospiteranno piu' della meta' della popolazione mondiale'' e si troveranno a dover affrontare un forte inasprimento di fenomeni come ''sovraffollamento e poverta'''. Vai alle 10 Megalopoli a rischio
Il secolo delle città
Nel 2008 più della metà della popolazione del pianeta vivrà in città, per la prima volta nella
storia dell’umanità la popolazione urbana supererà quella rurale. Un sorpasso epocale destinato nel
corso dei prossimi decenni ad ampliarsi ulteriormente fino a raggiungere nel giro di vent’anni una
forbice del 60/40 per cento a favore delle aree urbane. Non è un caso se il 21 secolo è stato da molti
preannunciato come
il secolo delle città, con tutte le problematiche che questa definizione
comporta. Sovraffollamento, povertà, condizioni di degrado, nell’ultimo secolo l’ampliamento dei
tessuti urbani e la nascita di nuove città è spesso coinciso con il deteriorasi delle condizioni di vita
per ampi strati delle popolazioni e la crescita smisurata di baraccopoli in Asia, America Latina e
Africa ne sono oggi una testimonianza evidente. Catalizzatori di flussi migratori sempre più
consistenti, le città continueranno ad essere associate, soprattutto nei paesi più poveri, a condizioni
di vita particolarmente difficili.
Questo scenario diventa ancora più preoccupante se analizzato alla luce dei cambiamenti
climatici. Nonostante a livello globale ricoprano solo lo 0,4 per cento della superficie terrestre le
città rappresentano uno dei luoghi più esposti agli impatti di un clima fuori controllo. A causa
dell’elevata densità abitativa, dell’abbondanza di edifici e infrastrutture e della concentrazione di
sacche di povertà, fenomeni come l’aumento della temperatura, la carenza di risorse idriche, le
alluvioni o l’aumento del livello del mare possono generare danni umani ed economici molto più
consistenti di quanto non accada nelle zone rurali. E a renderle particolarmente vulnerabili è spesso
la loro posizione geografica. Sette delle dieci megalopoli analizzate in questo dossier sorgono in
zone costiere o in prossimità di grandi fiumi e sono già oggi periodicamente sottoposte a
inondazioni. Cinque di queste stanno già facendo i conti con il problema del reperimento di
risorse idriche, mentre sei sono le megalopoli che si trovano in aree soggette all’intensificarsi
di fenomeni meteorologici straordinari come cicloni o tempeste.
E’ il caso di Shanghai dove al rischio dell’intensificarsi dei cicloni si aggiunge quello dovuto agli
straripamenti sempre più frequenti del fiume Yangtze, o quello di Lagos e delle sue periferie
galleggianti, aree dove l’erosione delle coste e l’innalzamento del livello dell’oceano potrebbero far
scomparire centinaia di chilometri quadrati di terreno. E’ il caso di Dacca, che con i suoi 13 milioni
di abitanti è in assoluto una delle aree più vulnerabili agli impatti sul clima, dovendo fronteggiare
da un lato il rischio dei cicloni, dall’altro quello delle inondazioni del Bramaputra il cui regime è
oggi alterato dal progressivo scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya.
All’interno degli agglomerati urbani, le comunità maggiormente esposte sono proprio quelle in cui
salute, condizioni di vita e sicurezza sono già quotidianamente minacciate, mentre gli standard delle
infrastrutture e dei sistemi di prevenzione sono i più bassi. Per questo l’intensità degli impatti dei
cambiamenti climatici è strettamente legata a quella dello sviluppo urbano e della sua qualità. Nei
prossimi decenni si stima che la popolazione delle aree urbane raddoppierà passando dagli attuali
2,5 miliardi di persone a 5 miliardi. Questo vuol dire che megalopoli come Bombay, Giacarta,
Lagos, o San Paolo continueranno il loro inesorabile processo di espansione, mentre nuove città
oggi semi sconosciute raggiungeranno in breve tempo la densità delle attuali megalopoli. Questo
vuol dire anche però che ad espandersi saranno in primo luogo le baraccopoli, dove già oggi vive
più di un miliardo di persone e dove la carenza di servizi igienici e di strutture adeguate è cronica.
Le periferie del futuro saranno l’autentico anello debole degli impatti climatici ed è qui che si
deve concentrare lo sforzo delle autorità e dei governi locali, con strategie a lungo termine che
mirino a prevenire i disastri attrezzando le aree più vulnerabili. Dal miglioramento dei canali di
scolo di una città come Lagos al consolidamento degli edifici di Shanghai al risparmio di acqua potabile a Città del Messico al miglioramento delle condizioni di vita nelle baraccopoli di Mumbai,
gli interventi necessari sono molteplici ed onerosi. Ed è evidente che i paesi industrializzati, che
storicamente sono i principali responsabili dell’effetto serra, non potranno restare ad osservare,
lasciando il grosso degli interventi all’invio di aiuti una volta che le catastrofi sono già avvenute.
Tra i principali argomenti che oggi sono sul tavolo dei negoziati di Bali, dove si svolge la
Conferenza dei cambiamenti climatici, c’è il finanziamento da parte dei paesi ricchi di un fondo
per l’adattamento, che dovrà essere utilizzato dai paesi più poveri e maggiormente esposti ai rischi
del clima per prevenire eventuali catastrofi. Un tassello fondamentale, anche in vista dell’adozione
di un nuovo protocollo sul clima che dovrà sostituire quello di Kyoto dopo il 2012.
Come dimostra l’ultima parte di questo dossier, la vulnerabilità delle città non risparmia infine i
paesi più ricchi e in particolare l’Europa. Secondo i dati raccolti da Legambiente le città europee
si stanno riscaldando a ritmi molto più sostenuti di quanto non accada a livello globale. Nell’estate
del 2007 le grandi capitali europee hanno fatto registrare tutte un notevole aumento delle
temperature rispetto alle medie di qualche decennio fa dimostrando che il trend del
surriscaldamento è oramai una realtà con cui fare i conti. Dai + 3,5 °C rispetto alla media del 1960-
80 registrati a Copenaghen lo scorso giugno ai + 4 °C del luglio di Sofia, le città del vecchio
continente sono sempre più esposte al rischio di ondate di calore, che già nel 2003 hanno
provocato un aumento della mortalità. Questo anche a causa dell’alta densità di edifici e costruzioni
che trattenendo il calore e impedendo la traspirazione dei suoli innescano il cosiddetto fenomeno
dell’isola di calore.
I rischi dei cambiamenti climatici in 10 Megalopoli
Dall’inondazioni monsoniche di Mumbai all’isola di calore a Rio de Janeiro, le megalopoli del
pianeta dovranno tutte fare i conti con il mutamento delle condizioni prospettato di qui al 2100
dall’Ipcc, il panel di scienziati che si occupa di cambiamenti climatici per l’Onu. In generale, il
quarto rapporto sullo stato del clima redatto dall’Ipcc nel 2007 prospetta uno scenario più grave di
quello descritto nel 2001. Per quanto riguarda la temperatura media, lo scenario migliore ipotizzato
per il 2100 prevede un incremento compreso tra 1,1 e i 2,9° C, mentre nella peggiore delle ipotesi si
prevede un aumento fino a 6,4°C. Entro il 2100 l’incremento del livello dei mari invece oscillerà tra
i 9 e gli 88 centimetri.
Scenari futuri: i cicloni
Da qui al 2100 una delle principali conseguenze del cambiamento climatico sarà l’intensificarsi dei
fenomeni meteorologici estremi, come uragani e cicloni. Anche in questo caso i segnali di un
cambiamento in atto sono già evidenti. Rispetto agli ultimi decenni si è registrato un notevole
aumento di temperatura nelle masse d’aria spostate e di conseguenza una maggiore pericolosità e
frequenza di uragani e di periodi di siccità. Vai alla tavola
A livello globale, secondo uno studio condotto dal Georgia Tech Institute di Atlanta, gli uragani di
categoria 4 e 5 (i più distruttivi) sono quasi raddoppiati negli ultimi 35 anni, passando da una
frequenza media di 10 a una di 18 all’anno. Detto in altre parole, se nel 1970 gli uragani di tale
categoria erano circa il 20% rispetto al totale delle tempeste, ad oggi rappresentano circa il 35%.
L’aumento maggiore si è verificato nel Pacifico settentrionale, in quello sud-occidentale,
nell’Atlantico settentrionale e nell’oceano Indiano.
Secondo lo studio di Atlanta esiste un evidente collegamento tra gli uragani e il riscaldamento
globale in quanto l’aumento dell’intensità di questi fenomeni ha cominciato a manifestarsi in
corrispondenza con l’incremento della temperatura della superficie degli oceani, a sua volta
determinato dal surriscaldamento globale. Un processo che, in tutti gli scenari prospettati dall’Ipcc,
subirà un’accelerazione con un impatto particolarmente pesante sulle aree urbane.
La maggioranza delle metropoli con una rapida crescita di popolazione è localizzata nelle aree
costiere ed è quindi maggiormente vulnerabile all’innalzamento del livello dei mari, nonché
particolarmente esposta alle sempre più frequenti e violente tempeste ed inondazioni. Al di là
dell’intensità dei fenomeni meteorologici, sono però spesso le condizioni di vita delle popolazioni
residenti a determinare la maggiore o minore entità dei danni.
E’ il caso, ad esempio, dell’uragano Jeanne, che ha colpito la Repubblica Dominicana e la limitrofa
Haiti nel 2004, provocando meno di 20 vittime nel primo paese a fronte delle oltre 2700 vittime
registrate nel secondo. Un rapporto tutt’atro che casuale dato che tra il 1980 e il 2003 il numero di
vittime causate dai cicloni è stato complessivamente 4,6 volte maggiore ad Haiti rispetto alla
contigua Repubblica Dominicana, dove la ricchezza pro-capite è 4 volte superiore. Con il reddito
pro-capite più basso di tutta l’America latina, Haiti è anche il paese meno attrezzato a prevenire
l’abbattersi delle tempeste tropicali sulle proprie coste, non disponendo tra le altre cose di un
efficacie sistema di allerta. Ma il suo caso non è isolato e oltre a riguardare numerosi stati africani e
asiatici, coinvolge anche fasce meno abbienti della popolazione di alcuni paesi ricchi. Basti
rammentare quanto successo nell’agosto del 2005 a New Orleans, con l’uragano Katrina che ha
avuto effetti ben più devastanti sulle fasce più deboli.
In generale le condizioni socio economiche e la prontezza delle istituzioni in risposta alle situazioni
di crisi possono determinare una buona porzione degli impatti e dei danni provocati. Non è un caso
se negli ultimi 25 anni, il 98 per cento delle persone colpite da catastrofi naturali viveva nei 112
paesi considerati poveri o semi poveri nella classifica stilata dalla Banca Mondiale. Questi paesi
rappresentano il 75 per cento della popolazione mondiale e il 62 per cento dei residenti in aree
urbane, ed è proprio qui che si concentrano i maggiori rischi legati agli impatti del surriscaldamento
globale.
Scenari futuri: l’innalzamento dei livelli del mare
Anche se, in uno scenario del tutto utopistico, le emissioni di gas a effetto serra venissero
completamente eliminate il pianeta subirebbe comunque gli impatti dei cambiamenti climatici.
Bisogna attendere almeno 50 anni infatti perché si manifestino pienamente le conseguenze
dell’eccessiva concentrazione nell’atmosfera di anidride carbonica, metano o monossido di
carbonio, tanto per citare i tre principali gas climalteranti. Detto in altre parole se oggi i ghiacciai si
ritirano e il livello degli oceani sale, ciò è in gran parte dovuto alle emissioni degli anni ’60 mentre
l’inquinamento che attualmente producono automobili, centrali termoelettriche e termosifoni avrà i
suoi principali effetti da qui al 2050. Vai alla tavola
Per questo, nel momento in cui la comunità scientifica si spinge a descrivere cosa potrebbe accadere
di qui al 2100 ipotizza scenari anche molto diversi uno dall’altro. A seconda della tempestività con
cui i governi riusciranno ad abbattere le emissioni, le previsioni possono oscillare di parecchio
andando da un massimo, nel caso si continuasse a inquinare agli attuali ritmi, a un minimo, nel caso
la lotta ai cambiamenti climatici fosse presa sul serio. Un’oscillazione particolarmente evidente
quando si analizzano le previsioni sull’innalzamento dei livelli del mare.
Negli ultimi 100 anni, la “crescita” degli oceani, strettamente legata al surriscaldamento e generata
sia dallo scioglimento dei ghiacciai terrestri sia dall’espansione termica del mare, è stata di circa 15
centimetri a livello globale, con un significativo incremento dagli anni ’50 in poi. Per quanto
riguarda invece gli scenari futuri, l’Ipcc prevede un’oscillazione piuttosto ampia, stimando che
entro al 2100 la crescita media del mare sarà compresa tra i 9 e gli 88 centimetri.
Nell’ipotesi indicata come più probabile, con un aumento che potrebbe raggiungere i 60 cm,
l’incremento del livello dei mari avrebbe impatti molto gravi sulle attività umane e in particolar
modo sulle aree urbane. Attualmente, un decimo della popolazione mondiale, ovvero 634 milioni di
persone, risiede in grossi agglomerati urbani situati in zone costiere e ad altitudini inferiori ai 10
metri rispetto al livello del mare, mentre 145 milioni di essi vivono addirittura trai 0 e 1 metro sul
livello del mare.
Oltre il 75% delle persone a rischio di innalzamento del mare è
situata in Asia, dove la combinazione di questo fattore con un’elevata povertà e la presenza di estesi
agglomerati urbani, spesso costellati da grandi distese di baraccopoli, può risultare particolarmente
distruttiva. A livello globale, ad essere in grave pericolo non sono solo le zone costiere, ma anche
quelle aree con elevato sviluppo urbano situate attorno ai delta dei grandi fiumi come il Gange-
Bramaputra, il Mekong ed il Nilo.
I dieci paesi con il maggior numero di persone situate in aree
entro i 10 metri sul livello del mare sono: Cina (144 milioni), India (63 milioni), Bangladesh (62,5
milioni), Vietnam (43 milioni), Indonesia (41,5 milioni), Giappone (30,5 milioni), Egitto (26
milioni), Stati Uniti (23 milioni), Tailandia (16,5 milioni) e le Filippine (13,5 milioni).
Scenari futuri: desertificazione e carenza delle risorse idriche
La desertificazione interessa circa 100 paesi e minaccia oltre un miliardo di persone. L’Africa è in
assoluto il continente più esposto. Entro il 2020 si stima che circa 60 milioni di persone potrebbero
migrare a causa dell’inaridimento dei terreni dalle aree più esposte, e in particolare dalle regioni
sahariane, dal Corno d’Africa e da alcune zone dell’Africa australe. Ma non meno preoccupante è
la situazione in Asia. Nella parte centrale del continente oltre il 60 per cento dei terreni è toccato
dalla desertificazione. Le regioni più degradate, con i deserti in forte espansione, si trovano in Cina,
India, Mongolia e Pakistan. Nella sola Cina la superficie di terre interessate raggiunge il 27,3% di
quella totale e viene stimato che 400 milioni di persone soffrono tuttora per gli effetti della
desertificazione. L’avanzata dei deserti si può osservare nei paesi del Mediterraneo dove siccità e
desertificazione dipendono in parte dal clima ma anche dallo sfruttamento intensivo dei terreni e
delle risorse idriche.
La gestione delle risorse idriche rappresenta una delle grandi sfide del ventunesimo secolo. Nel
corso del 1900 le risorse idriche hanno subito un rapido e drastico deterioramento qualitativo ed una
grave diminuzione quantitativa delle riserve potabili. La popolazione mondiale cresce ogni anno
mediamente di 77 milioni, con un tasso più che doppio nei paesi in via di sviluppo, inoltre negli
ultimi cinquanta anni le città con più di un milione di abitanti sono passate da 78 a 290, il 90% di
queste in Asia, Africa e America latina. Ad oggi nel mondo più di un miliardo di persone non
dispone di un adeguato accesso all’acqua potabile, 2,4 miliardi di essi non dispongono di impianti
fognari adeguati.Vai alla tavola
Scenari futuri: impatti sulla salute umana
Molte delle malattie trasmesse attraverso l’acqua e gli insetti, e in primo luogo le zanzare, sono
fortemente influenzate dalle condizioni climatiche. Febbre Dengue, encefalite, dissenteria e malaria
sono solo alcune delle epidemie la cui area di diffusione è notevolmente aumentata negli ultimi
decenni, anche a causa dei cambiamenti climatici. Il caso più tipico è quello della malaria che si
espande mano a mano che si creano le condizioni di habitat idonee per lo sviluppo delle zanzare
anofele, vettori della malattia. Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della salute (OMS)
un aumento di 2-3°C di temperatura potrebbe mettere a rischio malaria altri 400 milioni di
individui. Il più importante e significativo cambiamento per la salute umana può essere determinato
dall’alterazione della portata geografica (in termini di latitudine e altitudine) di queste malattie e
dalla stagionalità delle epidemie infettive; una temperatura media più elevata combinata ad
un’accresciuta variabilità climatica altererebbe i modelli di esposizione e trasmissione, sia in estate
che in inverno.
La valutazione di un potenziale impatto dei cambiamenti climatici sull’incidenza della malaria ci
mostra un incremento esteso del rischio di trasmissione (le aree in rosso nella cartina) soprattutto
nelle zone del sud-est asiatico, del sud-america e in molte regioni africane.
Gli incrementi potenziali sono maggiormente localizzati nelle zone a confine con le aree in cui la
malaria è tuttora presente in maniera endemica; l’accresciuto rischio di trasmissione della malaria è
provocato dalla combinazione delle degradate condizioni ambientali locali e dagli effetti di uno
sviluppo socio-economico non sostenibile.
Le ondate di calore e il caso europeo
Oltre ad essere particolarmente vulnerabili ad eventi meteorologici estremi le città sono uno dei
luoghi dove in questi ultimi anni si è registrato l’aumento più consistente delle temperature. Con
medie spesso superiori a quelle delle aree limitrofe i grandi agglomerati urbani scontano gli effetti
di un’alta densità abitativa, della concentrazione di aree edificate e della produzione-consumo di
risorse energetiche. E’ il fenomeno dell’isola di calore che, come testimoniano studi sempre più
approfonditi concorre a generare nelle città dei micro-climi particolari con temperature in alcuni
casi superiori di diversi gradi rispetto alle zone rurali circostanti. Aggravata dalla carenza di aree
verdi, terreni non edificati, o corsi d’acqua scoperti, l’eccessivo caldo in città può avere effetti
dirompenti sulla salute umana. E’ il caso delle città europee, già colpite nell’estate del 2003 da una
eccezionale ondata di calore e attraversate da un’anomalia climatica in costante evoluzione.
Nell’estate del 2007, secondo i dati ricavati dagli archivi dell’Ecad e della Nasa, tutte le principali
città europee hanno fatto registrare sensibili aumenti nelle temperature rispetto alla media del 1960-
1980. Vai alla tavola
Con la sola eccezione di Lisbona e Dublino, da giugno a settembre i termometri europei hanno
segnato un riscaldamento nettamente più consistente di quello globale, con ben quattro città,
Londra, Copenaghen, Sofia e Zurigo, che hanno fatto registrare uno scarto medio superiore ai 2,5
°C rispetto al periodo di riferimento. Segno che l’ondata di calore del 2003 e l’anomalia delle
temperature degli ultimi anni si inseriscano in un trend costante.
In questi ultimi sei anni del resto, come mostrano i due grafici , l’aumento delle temperature è stata una costante durante
tutte le stagioni.
Incrementi notevoli si sono registrati in particolare nelle città di Londra (+1,37°c), Parigi (+1,36°c),
Berlino (+1,36°c) ed Oslo (+1,43°c); nelle altre città campione l’aumento medio è stato comunque
superiore agli 0,8°c rispetto al periodo tra il 1960 ed il 1980.
Anche per le altre città prese in esame il trend generale ha evidenziato un surriscaldamento non
inferiore agli 0,7°c, con l’unica eccezione di Bucarest nella quale non si è verificato un aumento
sostanziale della temperatura (+0,04°c).
Per evitare che nel futuro le città europee si trasformino, soprattutto nei mesi estivi, in luoghi
torridi le priorità delle amministrazioni locali riguardano in primo luogo gli interventi per
ridurre l’effetto isola di calore in ambito urbano. E dunque intervenire sulle scelte di
organizzazione e pianificazione degli interventi sul territorio in modo da restituire agli spazi la
naturale capacità di traspirazione, e agli edifici e ai tessuti urbani la capacità di valorizzare al
meglio i naturali apporti del sole, dei venti, delle ombre, dei corsi d’acqua. In molti casi si tratta
semplicemente di recuperare e valorizzare le conoscenze storiche nella costruzione degli edifici.
Conclusioni
Responsabili dell’75 per cento dei consumi energetici a livello mondiale e dell’80% delle emissioni
di anidride carbonica prodotte nel pianeta le città sono una delle principali cause del
cambiamento climatico oltre ad essere un luogo particolarmente esposto a suoi impatti.
Nel
futuro perciò la scommessa si gioca su un duplice binario. Da un lato le città, e non solo quelle dei
paesi industrializzati, possono avere un ruolo trainante nella mitigazione dell’effetto serra,
attraverso politiche di drastica riduzione delle emissioni climalteranti prodotte dai trasporti e dai
consumi energetici in generale. Dall’altro i possibili impatti naturali generati dai mutamenti
climatici non possono più essere trascurati in una fase di continua espansione del tessuto urbano.
Di
fronte a scenari poco rassicuranti, la portata degli impatti di eventi meteorologici sempre più
intensi dipenderà in buona misura dal modo in cui gli agglomerati crescono e si sviluppano,
dalla qualità delle infrastrutture e dal miglioramento degli standard di vita delle popolazioni.
Un processo che richiede un notevole sforzo economico ma che costituisce una priorità assoluta se
si vuole evitare che il mutamento delle condizioni meteorologiche si tramuti ogni volta in eventi
catastrofici. Un processo che come dimostrano innumerevoli studi, conviene anche sulla base di
meri calcoli finanziari. Nelle aree urbane quando ai possibili impatti del surriscaldamento si
associano condizioni di vulnerabilità, i risultati in termini di costi umani ed economici possono
essere estremamente pesanti, superando di molto gli sforzi che sarebbero stato necessari in fase di
prevenzione dei danni. L’esperienza dell’uragano Katrina insegna, e non è un caso se i paesi
industrializzati stanno provvedendo ad attrezzarsi per adattarsi agli scenari futuri attraverso
l’adozione di specifici piani e strategie. Dal miglioramento dei canali di scolo al consolidamento
degli edifici, dal risparmio di acqua potabile al miglioramento delle condizioni di vita nelle
baraccopoli, gli interventi necessari per salvare vite umane e migliorare la gestione delle risorse
ambientali nelle megalopoli sono molteplici ed onerosi. Le linee guida per un piano di adattamento
climatico elaborato dalla commissione europea (green plan) così come le strategie ideate dai singoli
stati in aree particolarmente sensibili, come i Paesi Bassi o l’Andalusia, sono solo un piccolo passo
dello sforzo necessario alla prevenzione globale degli impatti. E’ infatti nei paesi in via di sviluppo
e a rapida industrializzazione che risiede il pericolo maggiore. Ed è nelle stesse aree che
l’aumento della popolazione urbana rende il territorio e le persone che lo abitano sempre più
vulnerabile. Di fronte alla sfida posta dal secolo delle città, le amministrazioni locali e i governi in
Africa, Asia e America latina sono generalmente impreparati, non disponendo delle necessarie
risorse.
Diventa sempre più urgente un deciso supporto da parte della comunità internazionale e dei
paesi industrializzati, che sono anche quelli con maggiori responsabilità storiche nell’effetto
serra. A cominciare dal negoziato internazionale sul fondo di adattamento, in discussione a Bali,
per continuare con gli aiuti allo sviluppo garantiti dai singoli governi e con la cooperazione
decentrata, che ha il vantaggio di coinvolgere più da vicino le istituzioni locali, i paesi
industrializzati devono assumersi le proprie responsabilità sancite tra le altre cose negli obiettivi del
millennio dell’Onu.
L’Italia, ancora molto lontana dal raggiungere l’obiettivo europeo di destinare almeno lo 0,33 per
cento del PIL agli aiuti allo sviluppo e terzultima nella classica dei paesi donatori stilata dal Center
for Global Development di Washington, non è certo un buon esempio. Così non è buon esempio
nella politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici, ovvero nella riduzione dei gas a effetto
serra. Il nostro paese continua infatti a viaggiare su un cronico ritardo rispetto a quanto sancito dal
protocollo di Kyoto, con una percentuale di emissioni superiore del 12 per cento rispetto al 1990,
quando entro il 2012 dovrebbe essere del 6,5 % più bassa. (Legambiente)
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