| LIBRI: DIACO AI TRENTENNI DI OGGI, FATEVI AVANTI |
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| 13/04/2008 | |
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13 Apr. - Avere trent'anni e un futuro incerto
perche', in larga parte, e' gia' occupato da altri: quelli che
ci sono da sempre. 'Trent'anni senza' (Aliberti editore) e' il
nuovo libro di Pierluigi Diaco, giornalista dall'eta' in
questione, che affronta il tema di una generazione da alcuni
definita 'bambocciona', da altri semplicemente ignorata.
Il libro - in uscita il 16 aprile con una prefazione di
Maurizio Costanzo - prende le mosse da una mail inviata al blog
di Diaco nella quale un coetaneo dichiara: ''Mi dimetto da
italiano''. Da un'Italia, dice, senza idee per il futuro, con i
''politicanti attaccati alla poltrona'', ipertassata e dove non
''c'e' spazio per programmi (e slogan) originali ma solo per
scopiazzature, per nostalgie e reminiscenze di un glorioso
passato''.
Un pamphlet politico - lo definisce l'autore - sulla
situazione di una generazione che non ha nemmeno ''respirato
l'odore del Sessantotto'' e che e' distaccata dalla politica
perche' pensa che non sia una strada percorribile. Anche perche'
se davvero volessero provarci, troverebbero ''uno scenario
sostanzialmente ingessato dal 1946''.
Una fascia di eta' che non ne puo' piu' del lavoro precario,
dei co.co.co e pro e della ''totale assenza di speranze per un
futuro migliore'' e che quindi si inventa ''professioni nuove''
alla ricerca di una propria strada nel mondo. Trentenni - ancora
a casa di mamma e papa' - quasi senza complessi nei rapporti
uomo-donna e che hanno gia' capito, come dice Dino Risi, che
''le emozioni, nella vita, servono per altre cose''. A loro il
coetaneo Diaco chiede di ''farsi avanti, di rischiare, di
mettersi in gioco, di fare quello che l'attuale classe dirigente
fa troppo raramente, spesso senza rendersene nemmeno conto.
L'esperienza dei piu' anziani e' un bagaglio prezioso e
imprescindibile, ma solo a patto che serva a coadiuvare il
lavoro dei giovani, senza sostituirsi a esso. Si tratta di
ricambio, non di sopruso o furto di ruolo''.
Dalla generazione precedente, l'autore pretende, invece, di
''lasciare spazio, per evitare che il raggiungimento di
obiettivi passi attraverso un semplice processo di
cooptazione''. ''Perche' la mia generazione - scrive - non e'
una minaccia al feudalesimo, ma una risorsa per il Paese, non
solamente perche' 'giovane', ma perche' in grado, molto piu' di
quanti occupino oggi i ruoli di potere, di assecondare il
cambiamento''.
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