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Clandestinoweb
Ultimo aggiornamento: 16.05.2008 ore 20:56
LO SCRITTORE SALVATORE NIFFOI PARLA CON CLANDESTINOWEB Stampa E-mail
23/04/2008

23 Apr. – di Giovanni Zambito. Nato a Orani (provincia di Nuoro) dove vive e scrive, lo scrittore Salvatore Niffoi ieri sera presso la libreria la Feltrinelli alla Galleria Sordi di Roma ha presentato il romanzo “Colledoro” (Adelphi, pagg. 291, €17,50), alla seconda edizione a poco più di un mese dall’uscita.

niffoi280x200.jpg In verità, trattasi di una riedizione perché “Colledoro” era già stato pubblicato nel ’97 per la Solinas editore. Convinta dal grande riscontro dei romanzi “La leggenda di Redenta Tiria” e “La vedova scalza” (quest’ultimo premio Campiello) la casa editrice milanese lo ha ristampato. È la storia della comunità di Oropis che si oppone all’esproprio delle terre di Monte Piludu destinate ad accogliere una discarica. “È una comunità - rivela a Clandestinoweb Niffoi - modernamente antica che tutela i propri arcaici valori, per dire alla Faulkner del «proprio francobollo di terra»”.

Come lo fa?

“Lo fa nei momenti più difficili come nel caso di momenti di compattazione sociale per evitare questo sopruso e la violenza contro gli uomini e la natura attraverso la costruzione di una megadiscarica per rifiuti speciali che dovevano arrivare da tutta Europa. In queste circostanze riesce sempre a trovare una spinta per unificarsi anche se sostanzialmente credo che soprattutto nell’isola dell’isola sarda, in Barbagia, ci sia una tendenza a una marca di individualismo sano, nel senso di proprietà molto local e poco global

I riferimenti sono tutti presi dalla realtà?

“Tutti assolutamente reali. Ci troviamo nel ’92, al settimo governo Andreotti-pentapartito con Craxi al potere. Non c’è nessuna magia: c’è un realismo tragico e kafkiano, in cui innesto anche elementi di comicità picaresca. In questo caso ho tentato di essere impietosamente autobiografico, non ho alibi e sono diventato pirandellianamente uno, nessuno e centomila personaggi”

Emerge la distanza fra le esigenze di cittadini e gli obiettivi dei politici: come sempre, no?

“È così ma con una sostanziale differenza: da noi questo tipo di portato viene spacciato per qualcosa di occupazionale: non siamo così imbecilli. Dopo secoli di colonialismo vogliono quasi convincerci che siamo diventati autocolonizzati usandoci come cavie. Non ci sta bene: a saperci prendere noi sardi siamo pezzi di pane morbido, ma trattarci male ci trasforma in pane duro capace di far spaccare i denti”.

Qual è il problema oggi?

“Tre giorni fa c’è stata la decisione, per fortuna, giusta anche se tardiva, di spostare il posto dove si voleva fare la discarica: non è un terreno che ha un valore reale per questi costruttori perché è la zona dove pascolavano quelli senza terre, quindi demaniale. Ma dal punto di vista della macchia mediterranea è un paesaggio impagabile: adesso volevano portare un termovalorizzatore giocando allo sterminio e al genocidio mascherato facendo aumentare le nanopatologie, le malformazioni, i tumori. Ma siamo buoni soltanto per essere ancora canne da cannone come quando abbiamo regalato il regno ai Savoia? Non è possibile: abbiamo delle belle intelligenze come la Deledda, Nivola, i due Satta e quindi grazie alla cultura abbiamo imparato a giocarci le carte del riscatto senza nasconderci nei muretti a secco”

L’inserimento nel libro di canti e nenie in sardo che valore assume?

“Servono a dare la musicalità alla lingua. Non definisco la mia lingua barbagina un dialetto, ma parlata locale; per il prof. De Mauro - e io sono d’accordo - la vera linfa della democrazia linguistica sono le parlate locali. L’italiano dei grandi scrittori sta diventando marginale, dobbiamo nutrirci un po’ meno non in maniera autarchica di forestierismi visto che accettiamo tutto, questi hamburger linguistici ce li mangiamo con un’imbecillità incredibili e attecchiscono soprattutto nell’ambiente giovanile, dimenticandoci che l’italiano è la lingua più bella e musicale, naturalmente dopo il sardo, che è il latino puro, mineralizzato”

Che cosa porta scrivere in un paesino, in una cornice circoscritta?

“È molto impegnativo e responsabilizza tanto. Il gioco delle trasfigurazioni e delle identificazioni è facile: quando descrivo qualcuno so come alla fine viene identificato; cerco di non offendere i vivi e non dare fastidio ai morti, cercando attraverso la cultura di scendere nei meandri dell’animo umano e di dare qualcosa, di onorare la mia terra e il mio paese, la mia lingua e le mie radici con lo strumento che mi si confà di più: la scrittura”

Come la vedono a Orani?

“Mi rispettano già da vivo. Non sono un uomo d’onore mafioso, temuto: ho sempre lavorato sia scuola che altrove con la pedagogia dell’esempio, quindi credo che noi dobbiamo dire ai giovani che ci si può riscattare e ci si può compattare e che si può stare lì, che non tutto è inventato anche dal punto di vista ambientale, paesaggistico e architettonico. Se non continuiamo a devastare tutto con gli incendi e la cementificazione, ancora così è un mezzo paradiso, altrimenti diventa un inferno totale” (Giovanni Zambito)

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